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Il caro armato: tutti i soldi che se ne vanno in armi (e sprechi)

11 marzo 2010

Il caro armatoE’ stata appena pubblicata su MicroMega una mia intervista audio a Francesco Vignarca, autore, con Massimo Paolicelli, di Il caro armato. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane (Edizioni Altreconomia), un’analisi serrata dei bilanci italiani in materia di difesa, degli interessi economici che vi si muovono intorno, della situazione (e delle inefficienze) delle Forze Armate italiane all’inizio di questo millennio, che prevede una sostanziale modifica del ruolo degli eserciti nel nuovo contesto globale.

Un libro importante, i cui dati sono stati confermati anche da fonti governative, che serve per fare chiarezza su una materia troppo spesso opaca agli occhi dei cittadini e che permette di capire quanti soldi potrebbero essere destinati a interventi più urgenti in altri settori chiave (dai trasporti su rotaia alla sanità, alla scuola, solo per fare qualche esempio), invece di assegnare commesse milionarie ad aziende di armamenti in un mercato non propriamente libero e pressoché privo di validi strumenti di controllo.

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Iran. Sguardi sotterranei

9 marzo 2010

Iran - Sguardi sotterraneiDicevo qualche tempo fa che si stava lavorando sull’Iran: finalmente è tutto quasi pronto per l’appuntamento. Iran. Sguardi sotterranei è un percorso che, attraverso varie forme d’arte, vuole raccontare cosa si muove nell’underground culturale iraniano.

A Roma, dal 24 marzo al 2 aprile, in occasione del Noruz 1389, la mostra delle opere di Ehsan Mehrbakhsh – che per i lettori di questo blog non ha bisogno di presentazioni -, prima alla biblioteca Vaccheria Nardi (via Grotta di Gregna) poi alla Biblioteca Rispoli (piazza Grazioli).

In più, due serate di proiezioni, presentazioni e dibattiti: video di band e artisti iraniani (con i testi in traduzione), interviste, la presentazione dello scaffale di libri in lingua farsi e del libro di Antonello Sacchetti, I ragazzi di Teheran e dell’ultimo film di Bahman Ghobadi, Nessuno sa nulla dei gatti persiani.

L’evento è presentato da Biblioteche di Roma e Roma Multietnica. Quanto a me, per la mostra ho lavorato ad alcuni testi, alle traduzioni dal farsi a quattro mani con Ehsan e ho realizzato alcune interviste, sperando che questa sia solo la prima occasione per raccontare al pubblico italiano che cosa si muove nei sotterranei iraniani.

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Refusi, tra editoria e precarietà

25 febbraio 2010

RefusiL’editoria, in Italia, è uno dei settori economici (e della produzione culturale) in cui la precarietà è, di fatto, eretta a sistema, per di più all’interno di un mercato non propriamente pluralistico; pochi i contratti – precari quando ci sono -, lavori spesso sottopagati e a volte mai pagati, tanti stage, tante “opportunità” di lavoro senza compenso, in nome di un qualche ideale o una qualche (supposta) appartenenza comune, comunque sempre più vaga e vacua. Difficile, per chi tenta di lavorare dentro e fuori le redazioni, tra libri o giornali, continuare a crederci, continuare a costruire la propria professionalità con attenzione, nonostante tutto. La tentazione diffusa, spesso, è mollare, lasciar perdere, “che tanto non ne vale la pena”.

Sono quindi felice di segnalare un nuovo progetto, un tentativo sempre in progress di unire in un network dinamico le tante figure professionali legate al mondo dell’editoria, con almeno un paio di obiettivi sacrosanti: offrire servizi editoriali di qualità a clientele diversificate e superare la precarietà (e la frammentazione individualistica che genera nel mondo del lavoro), unendo le forze in una struttura capace di muoversi con agilità sul mercato. Si chiamano Refusi, alcuni di loro li conosco e, soprattutto, conosco l’alta qualità del loro lavoro. Date un’occhiata, spargete la voce, contattateli: di questi tempi, quella di Refusi è una bella scommessa.

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Di Bologna e pedalate

21 febbraio 2010

Quasi sera, casa, a piedi scalzi sentire il pavimento, con i muscoli delle gambe a rilassarsi, caldi e allentati, Alela Diane che canta intorno, dopo aver pedalato chilometri su una bici un po’ scassata, scoprendo colli e periferie, guardando le tante facce di questa città che, se non ci si allontana dal cerchio delle porte e dei viali, non si pensa nemmeno possano esistere. Anche se a ogni affondo di pedale ti rendi conto che sì, Bologna è piccola, la scopri plurale, di paesaggi e suggestioni, e attraversarla su una sella nemmeno troppo stabile mi fa scoprire lei, i suoi angoli i suoi visi le sue improvvise aperture, breccia nella parete gialla di un cantiere, San Luca a spuntare dietro una curva, con gli aerei che si alzano e abbassano così poco lontano dalla tua testa e dai tetti delle case, e mi fa riscoprire me, ciò che mi è necessario e ciò che diventa zavorra a rallentare il passo, la curiosità verso ogni cosa e la mente per gestirla, per seguire piste possibili.

Piazza AldrovandiDimenticare il centro, dopo il tempo quieto a leggere il giornale su una panchina di piazza Aldrovandi, e chiedersi il senso dei nomi senza saperlo (Croce Coperta?) ma con la voglia di imparare non solo osservando, ed ecco le Caserme Rosse e pezzi di storia che troppi dimenticano o non sanno, e le piccole case di Corticella, che sembra di essere entrati in un altro mondo, poi la Beverara, e riguadagnare il centro risalendo via Zanardi, tirando occhiate agli spazi ovunque in costruzione, a modificare ancora il volto della città, il modo di viverla. E le facce che cambiano, e le persone, da un quartiere all’altro, da una strada all’altra, captando frammenti di discorsi, in questa Bologna senza portici.

E si torna a odiare le auto e chi le guida, a farsi tagliare la strada e buttare frasi arrabbiate, ma si continua a pedalare sorridendo, scivolando tra portici e marciapiedi e zone pedonali, senza lo stress delle quattro ruote, agili, rapidi, silenziosi, a sentire addosso quel leggero senso di superiorità verso chi si ostina a chiudersi solo in scatole di lamiera per muoversi, giganti destinati all’estinzione: che in bici si respira e suda, si arriva ovunque, anche a scalare i primi colli per vedere se fiato e gambe tengono ancora e il fatto che tengano, un po’ stupisce e fa sorridere, anche se l’ennesima strada salita finisce in una casa e tocca tornare indietro.

L’aria di febbraio è fresca, dà gusto, con il sole addosso, a disegnare questa città dall’alto, con torri antiche e recenti che svettano sul suo scendere verso la bassa, nella foschia, e mi rendo conto che la bicicletta è una cosa di cui non farò mai a meno, mi è indispensabile, perché non è un marchingegno meccanico estraneo di cui fare uso, ma è un naturale prolungamento delle gambe e, di più, un’attitudine alla vita e al pensiero.

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Cito Chatwin, nell’attesa

16 febbraio 2010

Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Senza cambiamento, corpo e cervello marciscono. L’uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, di essere tormentato da allucinazioni e introspezione. (B. Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza)

Il nuovo passaporto in arrivo mi fa stare bene, sicuramente per la possibilità, e forse anche per la rapidità che sottende: poter partire, in ogni momento, essere sempre pronti e disponibili a. E in questo (ennesimo) momento di attesa mi distraggo concentrandomi, ovunque idee e spunti, miro la scrittura su direzioni precise. La scrivania invasa di libri e riviste, torno a lavorare su parecchie cose: l’Iran e la sua produzione culturale underground (dettagli a breve: si tratterà di scritture, interviste, mostre); la storia di Informationguerrilla, per ricostruirla e raccontarla attraverso il video, allargando lo sguardo alla realtà di noi – e dei tanti altri – spiati dai servizi di Pompa e Pollari (su questo, pagine interessanti nel numero di febbraio de La Voce delle Voci), anche per cercare di capire cosa è  successo in Italia negli ultimi dieci anni. Questo e altro, cose serie o meno, tra computer rimessi in vita in cambio di bottiglie di buon vino, troppi episodi di Lost divorati uno dietro l’altro, amici che si sparpagliano per il mondo ma che poi incrocio (per caso?) in strade e in stazioni, amici che scrivono parole sempre belle (e che non sai mai come commentare, e vorresti, però) e, in tutto questo, anche il blog non aggiornato e il conto quasi sempre in rosso importano poco, in fondo.

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