HOME | CHI SONO | COSA FACCIO

Lavori in corso

16 gennaio 2012

Ho aperto questo spazio nell’estate del 2007, da allora ho fatto qualche piccolo intervento per aggiornarlo e modificarlo ma gli anni cominciano a sentirsi (sul web… e anche fuori! ;-p). Anche perché, nel frattempo, sono cambiate un po’ di cose, sia a livello professionale, sia nell’uso della rete e degli strumenti disponibili. Nell’ultimo anno ho trascurato questo blog, un po’ perché più attento ad altri mezzi (diversi), Twitter sopra tutti, un po’ per maggiori impegni di lavoro. Ma credo che una delle ragioni più importanti sia che Festina lente era nato con alcune premesse e con determinate aspettative (e con molto più tempo libero): adesso la situazione è cambiata e, di conseguenza, questo sito non risponde più alle mie esigenze. Quindi ho iniziato a riprogettarlo dalle fondamenta: cambieranno la struttura e la grafica, cambierà l’organizzazione dei contenuti, quelli qui presenti non saranno buttati al macero virtuale (mmm, forse qualcuno sì!) ma troveranno collocazioni più adatte. Tempi certi non ce ne sono, perché si lavora nei ritagli liberi. Intanto, però, ho voluto raccontare a chi mi seguiva sul blog cosa sta accadendo dietro questa home page aggiornata sempre più di rado.

Tag:,

Italia 2011: sembra un bollettino di guerra

4 novembre 2011

Forse sono fatti che non hanno molto in comune. Anche se qualcosa si può rintracciare, in quell’idea di capitalismo e sviluppo che sta distruggendo la nostra democrazia, il nostro paese e il nostro territorio.

Ma a leggere le notizie di oggi, in Italia, si ha la sensazione di essere davanti a un bollettino di guerra.

Il disastro di Genova, dopo quello che è successo in Liguria nei giorni scorsi, non è solamente una questione di clima, ma un problema di abuso del territorio perpetrato per anni che oggi mostra le sue nefaste conseguenze.

Il Fondo Monetario Internazionale (come fosse un’istituzione degna ancora di credito) che annuncia di aver preso di mira l’Italia per attuare le misure che affosseranno definitivamente quel poco che resta in piedi di questo paese, dopo aver portato fame e miseria in giro per il mondo.

La repressione nei confronti di qualsiasi dissenso: dagli studenti identificati ieri a Roma alla richiesta di carcere per chi entra nei cantieri Tav in Val di Susa contenuta nel decreto sviluppo.

Nel frattempo salgono l’inflazione e la disoccupazione (con un dato probabilmente sottostimato, e di molto)  e l’indignazione anti-casta, ben guidata da Santoro e compagnia, distrae tutti, spingendo ancora di più la società verso il qualunquismo. E verso destra.

Forse è il caso di smettere di chiamarci ancora Bel Paese.

Tag:, , , , , ,

Giornalismo: il paradosso dei precari che scrivono di precarietà

26 ottobre 2011

Inizio con un’affermazione provocatoria: forse anche i giornalisti stessi sono responsabili della precarietà che è diventata caratteristica principale del settore. Certo, sono anche i principali responsabili della redazione dei contenuti: senza i precari, che prendono nella maggior parte dei casi compensi da fame, nessuno potrebbe leggere i giornali o seguire i notiziari. Ma i giornalisti precari non smetteranno mai di fare il loro lavoro, nonostante tutto. Non so se per dedizione alla causa o abnegazione verso un mestiere che sta probabilmente attraversando una delle crisi più forti della sua storia. (E all’interno di questa crisi esplodono pure i dubbi personali.)

Perché si continua ad accettare di lavorare a queste condizioni?

Ma andiamo con ordine. Questa mia riflessione nasce da un servizio realizzato per Radio Città Fujiko in cui si parla proprio di precarietà nel giornalismo, segnalato su Twitter da jumpinshark, a cui ho fatto notare il paradosso dei precari che scrivono di precarietà, che potrebbe diventare quasi un nuovo genere letterario, come suggeriva lo stesso jumpinshark.

Continuando la discussione su Twitter, sono emersi parecchi problemi, tutti più o meno noti, ma ciò che mi colpisce è che sono tanti i giornalisti che scrivono di precarietà, in qualche modo rimuovendo la questione, allontanandola da se stessi, come se fosse un problema che non li riguarda. Inoltre, tante volte si denuncia la precarietà nel settore, ma fare i nomi è sempre difficile. A Presa diretta hanno recentemente compiuto un’azione onesta, sottolineando la precarietà di chi aveva realizzato i servizi. La ricerca Smascheriamo gli editori ha raccolto una serie di dati sui compensi nelle varie redazioni e forse non ha trovato la dovuta attenzione e non ha suscitato abbastanza rabbia. Ma quei numeri parlano da soli e, in ogni caso, il lavoro non è di certo completo.

Continua a leggere »

Tag:, , , ,

Tra giornalismo e tweet: contenuti, internet e il senso del mestiere

20 ottobre 2011

Difficile tornare sulla realtà di questi giorni dopo avere tenuto questo blog in stallo per oltre un mesetto. Anche se i fatti del 15 ottobre meriterebbero qualche riflessione approfondita. Fortunatamente in tanti hanno detto e scritto cose intelligenti e lucide su quanto è successo e, soprattutto, su quello che si prospetta nei mesi a venire. Cito solamente una discussione, sicuramente la più significativa e la più densa, che sta andando avanti da giorni su Giap. Ormai sono più di 400 commenti, ma con pazienza e un po’ di tempo vale la pena recuperarli tutti, link compresi.

Quanto a me e alle ragioni di questo prolungato silenzio, interrotto, per chi mi segue su Twitter, solo da qualche cinguettio quotidiano, sono tante e diverse. Prima di tutto una senso di fatica, che arriva a tratti, a seguire l’iper-produzione di contenuti della rete: fermarsi per un po’ di tempo dà come la sensazione di scomparire, di rimanere fuori e indietro. Ci sono giornate in cui scelgo di non buttare l’occhio sui social network (Twitter, soprattutto), nemmeno dal telefonino, staccando dall’aggiornamento costante di persone, siti e argomenti, per poi ritrovarmi anche in affanno a recuperare quei temi, i cui echi continuano a rimbalzare, di cui mi sono sfuggiti gli elementi originari.

Chiaramente non sto parlando della necessità di una disintossicazione: la rete è parte del nostro quotidiano, non è una cosa a sé stante. Si può mettere in atto una dieta mediatica rigorosa, ma stare senza internet è una cosa che non considero praticabile. Solo che qualche domanda, ogni tanto, ci scappa.

Continua a leggere »

Tag:, , , , ,

Appunti su classi pericolose, futuro e ricchezza nel giorno dello sciopero

6 settembre 2011

Nella giornata dello sciopero contro la manovra economica del governo, dopo che la protesta è arrivata direttamente a Piazza Affari con un accampamento durato tutta la notte, una domanda diffusa è: ce n’est qu’un debut? La speranza, come scrivevano i Wu Ming su Twitter, è che si creino risonanze tra le diverse lotte in atto nel paese, dalla Val Susa al Valle occupato, passando per Piazza Affari e la difesa dei beni comuni.

Davanti a questo scenario di crisi che ogni giorno diventa più grave, sono molto importanti le analisi, come quella di Girolamo de Michele su Carmilla (NON SI PA’! Appunti di lettura sulla manovra e sul commissariamento dell’italia), ma sono altrettanto importanti le narrazioni, la costruzione di percorsi e terreni comuni, la condivisione di linguaggio.

Guardando all’Europa di oggi da qua, mi sono tornate in mente alcune righe di Jean-Claude Izzo, un dialogo affacciato sul porto di Marsiglia, tratto da Solea.

Il sud, il Mediterraneo… Non abbiamo nessuna possibilità. Apparteniamo a ciò che i tecnocrati chiamano “le classi pericolose” del domani. (…) Con la fine della guerra fredda e la preoccupazione dell’occidente di integrare il blocco dell’est (…) il mito rivisitato delle classi pericolose si sposta verso il sud e su coloro che migrano da sud verso nord. (…) Per l’Europa del nord, il sud è ovviamente caotico, radicalmente diverso. Preoccupante, dunque. Insomma, (…) gli Stati del nord reagiranno costruendo un limes moderno. Come un richiamo alla frontiera tra l’Impero romano e i barbari. (…) Pagheremo cara questa nuova rappresentazione del mondo. Noi, voglio dire, tutti quelli che non hanno più lavoro, quelli che sono vicini alla miseria, e tutti i ragazzini, tutti quelli dei quartieri nord, dei quartieri popolari che vediamo ciondolare in città. (…) Questo nuovo mondo è un mondo chiuso. Finito, ordinato, stabile. E non c’è più posto per noi. Domina un nuovo pensiero. Giudeo-cristiano-elleno-democratico. Con un nuovo mito. I nuovi barbari. Noi. E siamo innumerevoli, indisciplinati, nomadi. E anche inaffidabili, fanatici, violenti. E, ovviamente, miserabili. La ragione e il diritto sono dall’altra parte della frontiera. Anche la ricchezza.

 

Tag:, , , , , , , , ,