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Noi, guerriglieri dell’informazione

12 gennaio 2010

Si scoprono cose, in questi giorni, come il fatto che gli attacchi di Luttwak contro Information Guerrilla e Nuovi Mondi Media del novembre 2003 fossero pagati al consulente americano dal Sismi di Pompa e Pollari, secondo quanto rivelato dal Fatto Quotidiano. Riprendo qui un mio articolo, scritto per un numero zero di una rivista ma mai pubblicato, che racconta la storia di Information Guerrilla. Per chi invece volesse sapere qualcosa in più su Luttwak, Antonella Beccaria segnala un paio di articoli di Giuseppe Genna a riguardo.

Noi, guerriglieri dell’informazione

Non si inizia mai da zero. Non si dà nessun post- senza alcun pre- (nonostante, come cantavano i CCCP, “qualcuno è post senza essere mai stato niente”). E poiché in questo spazio vogliamo parlare di informazione dal basso in rete, è necessario fare un passo indietro per dare conto dei suoi momenti importanti, fondativi. Raccontare lo scenario di oggi presuppone la conoscenza di ciò che era ieri, con la consapevolezza dell’evoluzione degli strumenti di comunicazione e partecipazione. Implica una riflessione sull’importanza della memoria – conoscenza di contesti e percorsi oltre che di fatti -, tensione personale che va a innestarsi su un tessuto civile collettivo in grado di mantenere il ricordo e di collegarlo al presente. Questo articolo parla di un sito, un importante punto di riferimento per la rete dal 2001 in avanti.

Ma è anche una storia, che mi coinvolge in prima persona e che nasce in Romagna, fuori dalla rete, in un caldo giorno di luglio del 2001. Genova. G8. Questa storia nasce dalla rabbia davanti alla brutale repressione di Stato, punto di svolta di un percorso di involuzione della democrazia, fatto di restrizione di diritti e spazi di libertà. Nasce da alcuni volantini che rimandano a link su Indymedia, distribuiti all’uscita dell’Arena Borghesi di Faenza, con l’urgenza della necessità: far conoscere ciò che accade, perché la tv non lo sta mostrando. Information Guerrilla nasce così. Per diventare poi uno scambio di mail con le testimonianze dirette di chi era a Genova, trasformarsi in una mailing list i cui iscritti continuano ad aumentare e infine in un sito che presenta una selezione di articoli, approfondimenti, segnalazioni da molte fonti indipendenti italiane ed estere. Ed è proprio con Genova che il lavoro dei mediattivisti rompe l’omertà dei media mainstream per far passare la propria informazione, la propria voce. Il lavoro fatto in rete segna il passo, acquista importanza.

Ecologia e ambiente, antimilitarismo e rifiuto della guerra, critica dello sviluppo e del controllo pervasivo, antifascismo, culture antagoniste, precarietà, circolazione dei saperi: queste e molte altre le tematiche che attraversano le pagine di Information Guerrilla.

L’impegno volontario e instancabile di Roberto Vignoli, aiutato dal sottoscritto e man mano da una rete di collaboratori sempre più estesa e attiva, porta il sito a crescere a tal punto che già nel 2002 finisce al centro di un attacco: un articolo volutamente confuso e allarmista di Panorama, uscito nella settimana di ferragosto, accusa Information Guerrilla e altri siti di far parte di un network di fiancheggiamento dei terroristi rossi. Niente di più falso, ovviamente, ma le civette fuori dalle edicole romagnole ’strillano’: “Le BR nella chat faentina”. Solidarietà e stima arrivano dal mondo dell’informazione, Panorama pubblica una quasi smentita, IG aumenta i suoi lettori e il suo lavoro, tanto da meritarsi una lusinghiera segnalazione di Carlo Formenti sul Corriere della Sera (17 marzo 2003), che scrive come IG sia “il più raffinato tentativo italiano di sfruttare la formula del weblog per dotare il movimento new global d’un organo di controinformazione potente, flessibile e costantemente aggiornato in tempo reale. (…) è difficile non riconoscere l’eccellenza del lavoro giornalistico svolto”.

Punto di riferimento e archivio di documenti e memoria, il sito si pone come uno snodo centrale nello scenario dell’informazione indipendente italiana, producendo anche materiali inediti ed esclusivi e pubblicando anteprime di libri e inchieste. Per qualcuno forse è troppo: nel novembre 2003 è Edward Luttwak, consulente militare statunitense, a sferrare un attacco frontale contro IG e altri siti italiani di informazione indipendente dal salotto di Porta a Porta. In pratica, una seconda conferma del fatto che stiamo lavorando bene. Ma non c’è due senza tre: i nomi della redazione compaiono anche nel dossier del Sismi che Pio Pompa riempiva con avversari e critici di Silvio Berlusconi. Tre “medaglie” appuntate sul petto per un lavoro quasi ininterrotto per più di sette anni. Oggi, complici clausole contrattuali e impegni lavorativi troppo pressanti, Information Guerrilla vive solo come archivio: analisi, testimonianze, proposte critiche per questo inizio di millennio. Memoria, cioè un passo verso il futuro.

http://www.informationguerrilla.net

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A trenta miglia di mare

6 gennaio 2010

Si parte quasi sempre con un’idea addosso, per un viaggio, anche quando è breve e non preparato. E’ successo ancora di più per questo transito nei Balcani, scelto per scrollarsi di dosso un anno pessimo, per condividere chilometri, parole e bicchieri con amici che sono famiglia. In testa avevo ricordi di infanzia vivi quasi fosse stata una folgorazione: una vacanza in un territorio unito, in cui si vedevano ovunque segni formali di un amore per Tito che, agli occhi di un bambino, non aveva niente di sospetto; era la seconda metà degli anni ‘80, quando già le prime tensioni stavano per aprire il conflitto del decennio successivo. Avevo dentro anche le urla e i sorrisi dei bimbi bosniaci del campo profughi di Vič, periferia di Lubjana, in cui avevo trascorso alcune settimane di lavoro, nella seconda metà degli anni ‘90. Negli occhi le immagini viste ai tg, i roghi in cupe vampe, i ponti crollati, il sangue, tutto dalla distanza rassicurante della tele in sala. E le parole di Babsi Jones.

Così attraversiamo in auto frontiere, partendo nel cuore della notte da Bologna, prima salendo a nord e poi scendendo a sud, dall’altra parte dell’Adriatico, lasciandoci alle spalle una Mitteleuropa che assorbe la Slovenia, scontrandoci poi con la nota affabilità dei poliziotti croati. Si guida e manca sonno quando arriviamo al confine con la Republika Srpska, territorio serbo di Bosnia. Attraversiamo l’ennesimo posto di polizia a Slavonski Brod-Bosanski Brod, in coda alla frontiera un pellegrinaggio di croati, si fermano quasi tutti poco oltre, dove anche noi scendiamo per muovere le gambe e fumare una sigaretta: comprano lumi per poi fare ancora qualche centinaio di metri fino al cimitero che sta poco più avanti, tra case sventrate e nuove costruzioni ancora con i mattoni a vista. La Bosnia ci accoglie così, con il cielo basso, resti di edifici, segni di proiettili sui muri, cimiteri ovunque. Penso a tutti gli anni che sono già passati dalla fine della guerra in queste zone, penso che questo viaggio avrei dovuto farlo molti anni fa e che avrebbe dovuto essere più lungo, più in profondità.

Se non è successo prima è per strade e percorsi diversi, forse per distrazioni, per lavori e impegni, che non mi hanno fatto mai rispondere davvero a quel richiamo che sentivo arrivare dall’altra sponda dell’Adriatico. Ma non importa nemmeno troppo, adesso. Ora mi rendo conto che il mio occhio cerca segni, ovunque: mi aspettavo di vedere la traccia di una guerra feroce e me la sono trovata davanti, a cominciare dai nuovi confini. Poi case – distrutte, ferite, ricostruite -, muri segnati di colpi a sfregio, cimiteri a ogni giro di sguardo, ovunque, i ricordi di chi ha voglia di raccontare – in una combinazione strana di italiano, inglese, bosniaco-, le foto, i musei. Che è come guardare attraverso un filtro – che dovrei togliere -, che è come aspettare sempre qualcosa in più – e chissà cos’è.

Ma forse non era questo che avrei dovuto cercare, per le strade di Sarajevo (e di Mostar), e il tornare a esplodere dei petardi a salutare il 2010 in arrivo è un segno di una normalità quotidiana, dello sguardo rivolto al futuro delle nuove generazioni che non stanno crescendo più in un presente che crolla loro addosso. Ovunque minareti e canto di muezzin. E tombe. Giriamo la città, con occhi curiosi e a volte distratti, i ricordi di una ventina di anni fa mi tornano davanti agli occhi, e ne sorrido, anche se tanto è cambiato. Gustiamo piatti abbondanti di carni speziate e birre bosniache, andiamo fino al tunnel che passava sotto l’aeroporto durante l’assedio, beviamo una birra al caffè Tito sotto il museo della Bosnia-Erzegovina, camminiamo in assenza di mete per le strade di Sarajevo. E tutte le domande che vorrei fare alle persone che mi trovo di fronte e non faccio, la difficoltà di fotografare le case sventrate e i cimiteri, come la sensazione di un voyeurismo stanco che non sa più dove è meglio guardare, ma capisce che sicuramente non qui, non questo, là dov’era la fine.

Il 31 dicembre mangiamo seduti in strada, fa quasi caldo, e si brinda la mezzanotte a bicchierini di rakia, uno dopo l’altro, sempre in strada, per eccedere un passaggio che ha bisogno di lasciare indietro tanto. E forse non è un caso essere proprio qui, con la storia di queste geografie che scorre verso il passato di giorno in giorno, con i Balcani che sono sempre a farci cambiare lo sguardo e il pensiero, a depistare l’idea con cui li avvicini, a portarti altrove.

Tornando ci fermiamo a Mostar – ancora segni e ferite, ma anche musica, dialoghi, passi – per poi tornare in Croazia, a Spalato, città bellissima ma fredda, già troppo europea e troppo turistica, per imbarcarci sulla nave che ci scarica in Italia, porto di Ancona, gustando il vento in faccia di notte sul ponte, il nero del mare e giochi, letture, parole (e conti che faticano a tornare!). Sarebbe stato bello arrivare fino a Belgrado e poi magari spingersi ancora a sud, per cercare altre tracce (e per farsene subito distogliere per uno sguardo più profondo) di altre bombe più recenti, umanitarie, per (non) chiudere un cerchio che ancora gira, una storia che crea ancora ferite, al di là dell’Adriatico, a trenta miglia di mare.

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Relax epatico (cit.)

21 dicembre 2009

Ovunque si sprecano natali, nascite, natività. Favole e bugie. Le luci colorate non dicono niente, la religione ancora meno, resta la frenesia dei negozi – evitata come sempre -, restano ghiaccio e neve sporca per le strade a rendere difficile il cammino, anche sotto i portici, resta un freddo che ti entra dentro, che rallenta movimenti e pensieri; così si cercano nidi, tane, osterie, per condividere muscoli e nervi che si sciolgono al calore, bicchieri, parole. Mi trovo con qualche soldo in più (pochi, va da sé) in tasca, che basta giusto a svoltare questo prossimo mese, per adesso ancora senza lavoro; una famiglia bolognese che si allarga e accoglie; una meta da raggiungere tra 10 giorni, Sarajevo, da tempo cercata e finalmente, anche se per poco, trovata (se qualcuno ha consigli e/o contatti utili in zona, mi scriva una mail o lasci un messaggio nei commenti). E mentre il metabolismo fisico divora calorie per non farsi bruciare dal freddo, quello interiore necessita di tempo, calore, risvegli lunghi al mattino, calma di agende libere da appuntamenti e impegni.

Ma siccome questo distacco forse è solo una posa (a voi il beneficio del dubbio), nella speranza che questo 2009 finisca presto e nella più completa assenza di auguri per queste festività, mi piace lasciare un pensiero che ha i tratti dell’incubo, una piccola sorpresa che vuole solo che questi incubi finiscano, che lo sguardo torni avanti, e che le energie servano a questo, senza dispersioni. Si intitola Disarticolazioni neurali, l’ho scritto io (e lo pseudonimo omaggia Beckett), l’ha illustrato lui e sarà pubblicato a gennaio su Idioteca. That’s it. “You must play with fire in order to get burned.”

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Procrastinare peloponneso (cit.)

10 dicembre 2009

Il lavoro immerge parecchio, e mi concede (brevi) passeggiate di ghost writing che mi fanno ragionare su un po’ di cose, in diverse direzioni (“a volte indispensabili, a volte no“), dimentico di aver lasciato tracce di produzioni passate qua (spero link giusto, il sito è giù, al momento) e (senza nemmeno saperlo). Soddisfazione relativa, sommando. Si divaga su altri testi, per strane riviste underground quasi da tempo del punk (e del resto la realizzazione di quel no future è in questo non futuro, una linea c’è, ma non voglio distrarci): surrealtà di incubo e cane al sangue (nulla a che vedere con l’essere tornato carnivoro: da qualche parte dobbiamo pure stare, in fondo, e questa è narrativa, con tutti i dubbi del caso). Vagamente delirante, lo so. Più che altro distratto. Ma non si può essere seri dappertutto. (E grazie a Magi per la cit., non me ne voglia per l’uso indefinitamente improprio).

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Fuori fuoco o della fragilità umana

27 ottobre 2009

Tutto quel fuori fuoco, quella profondità di campo giocata in spazi ristretti, costantemente in movimento, sul qui, sul poco più lontano, altrove. Importa che nella parte centrale del film quello che accade siano proiezioni di una mente in coma? Forse no. Non se il nostro punto di interesse è l’umano, il suo esplorarsi, il suo possibile.

Al di là di considerazioni prettamente cinematografiche – non sono un cinefilo, troppo distratto e scostante per potermi arrogare un qualche diritto di critica in questo senso – La doppia ora ti arriva addosso, ti mette di fronte a una fragilità estremamente umana, fatta di debolezze, fiducie, azioni. E, sì, il film cambia scenari e prospettive per andare infine a ricercare una spiegazione logica: non l’unica possibile, certo. Una tra le tante. Che comunque porta a un finale per niente consolatorio. E se la tensione creata ad arte nella prima parte del film resta un po’ come sospesa, a un primo sguardo, in realtà il trovare una linearità comprensibile non diminuisce la forza – la violenza, quasi – dell’umanità messa in scena.

C’è qualcosa di doloroso. Nelle proiezioni da coma di Sonia, nell’approccio (quasi) disperato di Guido, nella scelte che compiono. Ma è una tensione vera, credibile, che si gioca su elementi reali che la mente può ricombinare in diverse direzioni. E qui il costante fuori fuoco che costringe lo spettatore a spostare lo sguardo, a seguire tracce non necessariamente evidenti, a evidenziare particolari, serve perfettamente alla rappresentazione allo stesso tempo distante e partecipata di un umano che potrebbe essere noi, che lo osserviamo sullo schermo, seduti in poltrona. Ma è della fragilità, dell’istante che ti chiude fuori, e anche di quella banalità del male su cui però si lasciano scalfire tracce di sensibilità.

Narrazioni di umanità, appunti sparsi e a caldo di un non cinefilo, cementati da un bicchiere di vodka e rubati a un sonno che spinge addosso per chiudere questa ennesima notte.

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