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Dissonanze

26 agosto 2007 | scritto da Roberto |

Siccome è brutto un blog che comincia vuoto – anche se poi l’inizio sarebbe proprio così, in fondo – appiccico in testa alla pagina il primo post (che così si fa post-it) dopo aver provato inutilmente a lasciare il primo post in testa con Stick post, pubblico qui la versione integrale dell’articolo scritto in occasione del festival Dissonanze, una cui sintesi è uscita sul numero 23/2007 di sette sere, all’inizio di giugno. La scansione dell’articolo non è ancora finita su Z.t.l., quindi qui c’è il pdf della pagina del settimanale.

battles DissonanzeAl solito, si parte da un punto, da una suggestione e, passata una notte, ci si rende conto che si è arrivati da un’altra parte, a nuovi pensieri e che il punto che si credeva il centro della riflessione in realtà non è che quasi più di una scusa per parlare d’altro.

O, meglio, ci sono certe idee che si innestano come naturalmente su un percorso, ne sono corollario, lo allargano come i cerchi concentrici di un sasso gettato nell’acqua. Portano altrove. E spesso è solo l’osservazione a far sì che questo accada, a richiamare file archiviati in un cervello sovraccarico di informazioni. Torniamo al punto di partenza: mentre a Faenza, dopo mesi di lavorazione, prendeva forma concreta Do – Rave culturale, io ero nella capitale – come del resto mi capita da un paio di mesi – e con un accredito stampa in mano entravo negli spazi del Palazzo dei Congressi dell’Eur per Dissonanze, festival internazionale di musica elettronica e arte digitale. Vedere una struttura imponente come quella rimbalzare di luci colorate e pulsare di beat elettronici, vi assicuro è un’esperienza molto forte (un po’ come gli spazi storici di Palazzo Re Enzo di Bologna, elettr(on)ificati per il Netmage, ma diverso.

Credo che questi suoni siano la reale colonna sonora del nostro tempo, perché nati negli ultimi anni, perché riproposti – anche commercializzati o banalizzati – ovunque. Perché questa elettronica è frammentata, instabile, a tratti tendente all’alienazione, comunque sempre pronta a giocarsi sugli spigoli, a infilarsi nelle zone d’ombra, a puntellare o a deflagrare il folle eccesso di velocità del nostro tempo. Che piaccia o no, questi sono i ritmi e le (non) melodie che ascoltiamo, che creiamo, che suonano le strade delle nostre città, che fanno ballare la notte.

Il programma di Dissonanze presenta nomi di punta della scena internazionale, tra dj e manipolatori di suoni, sperimentazioni e contaminazioni: comincio sulla Terrazza, per il live dei Battles, musicisti scatenati su ritmiche sincopate, con suoni acidi e impro a metà tra il free jazz e il math rock. Il pubblico acclama e salta. Qualche goccia di pioggia non impensierisce nessuno. Un vodka tonic al bar costa 10 euro. Dopo la scarica adrenalinica della band americana è il turno di Apparat e la terrazza prende la forma di una chiesa pagana all’aperto, braccia levate con l’artista tedesco che officia il suo rito tra mixer e macchine digitali. Carino, non convince troppo, ma lo sto ascoltando da un po’ lontano, forse un po’ distratto.

Il vento sul cielo di Roma resta teso, scendo in Aula magna, un ragazzetto vomita sulle scale, io continuo a scendere a arrivo a sedermi verso il fondo della sala, intorno gente che chiacchiera ma è già tutto pieno, giusto in tempo per trovarmi di fronte una sorta di Kraftwerk in versione post-moderna: la Modified Toy Orchestra, drum machine e giocattoli modificati per il vostro diletto uditivo e visuale. Un concerto, manipolazioni video, ironia che si riversa sul pubblico, che gradisce. Strumenti autocostruiti, tra bambole, robot e missili spaziali: adulti (in giacca e cravatta) che hanno voglia di giocare, anche con l’amore tra le specie. La loro genialità strappa sorrisi. Qualcuno azzarda una sigaretta accesa tra le poltroncine di stoffa, non voglio pensare alla sala techno.

Arriva Alva Noto. E sono ricomposizioni di Xerox a susseguirsi, il rumore si fa immagine e si sfibra, sfaldandosi in un magma di punti bianchi su schermo nero. Intravedi strutture, forme geometriche prendono consistenza per poi pulsare con la musica, estrema manipolazione live. Assalto sonoro diretto contro le orecchie dei presenti, qualcuno non regge e se ne va, ma l’esibizione del timido tedesco è qualcosa di totale, che ci parla direttamente, in rumore, della frammentarietà del nostro quotidiano, che pulsa a schermo, rigorosamente in bianco e nero a stratificare superfici istantanee, subito dissolte, e che invade i timpani, tra echi cupi e bassi e sirene metalliche.

Come i punti bianchi di cui ancora lo schermo tiene traccia, gli spettatori abbandonano la sala, vagamente tramortiti, per continuare la migrazione negli immensi spazi del Palazzo dei Congressi. Sono le tre. C’è gente ovunque. Provo a entrare nel Salone della cultura, per questa notte sala da ballo: muraglia umana, techno e sudore. Desisto. Meglio le scalinate all’ingresso. Scanso sballati e ragazzine che ballano nei corridoi, paranazi ciccioni con le scarpe ortopediche. Umanità varia. Mi siedo su un gradino, fumo una sigaretta, mando un sms per condividere pensieri notturni. Gente arriva e gente va via. Tanti urlano. Qualcuno litiga con la security (che sono tanti, e sono grossi e tutti vestiti di nero). Bottiglie di vetro si schiantano qua e là, un po’ per caso un po’ per accanimento. C’è chi traballa e parla al vento, che continua a soffiare anche qua in basso.

Penso che il dj set di Ellen Allien è alle 4,30. Osservo la gente intorno. Mi vengono i mente pensieri vaghi, percorsi mentali che si legano uno all’altro. I vestiti di chi sta intorno a me, gli atteggiamenti, un’ansia di produzioni massificate rivestite da sogni individualizzanti. Forse è questo l’esito della democrazia, penso. Il neoproletariato di cui parla Labranca è qui. E ancora le persone che ballano, cassa in quattro e bassi spinti nelle orecchie e nello stomaco. Aveva ragione Chatwin, nei periodi di crisi non ci si stanca di ballare, e più la crisi è grave, più i piedi si muovono veloci. Pensate alla reggia di Versailles. E ballate.

Scendo le scale, accendo l’ultima sigaretta, vetro schiantato ovunque, qualcuno prende a calci i cartelli stradali, un altro indica qualcosa a una pattuglia dei carabinieri. Rinuncio al dj set che già avevo perso a Bologna, non so se sia una sconfitta, ho sonno, ci metterò un’ora ad arrivare a casa con il bus notturno e troppi lampeggianti blu si stanno avvicinando alla zona, facendo peggiorare il mio umore.

“Non è che io non credo nelle persone, non credo nella maggioranza delle persone.”

Ecco perché questi beat elettronici sono la colonna sonora dell’oggi, la più sincera. Smentitemi, se avete argomenti, mentre io, all’alba, cerco di addormentarmi.

La foto dei Battles è di *Heloise*. Thanks a lot!

 

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  1. One Response to “Dissonanze”

  2. By unchin-snouted jam on ott 18, 2007 | Reply

    The whole problem with the world is that fools and fanatics are always so certain of themselves, but wiser people so full of doubts — Bertrand Russell

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