Our life is not a movie or maybe*
3 settembre 2007 | scritto da Roberto |Il jazz cinematografico di Matthew Herbert disegna lo spazio di luce bassa, una stanza un poco più in ordine del solito, con immagini, articoli e una conchiglia attaccati alla libreria a dirmi che questa stanza è un po’ più mia, lo swing incalza la lettura di pagine e documenti. Turbato da una visione distratta di un episodio di Heroes, serial televisivo che si fa simbolo di quanto con forza irrompe sul nostro immaginario dagli schermi dei cinema e delle televisioni.
Intanto il mal di testa pulsa, asincrono con fiati e batteria. Violenza, sesso, il senso di insicurezza che ti fa sentire indifeso ovunque: chiunque può essere bersaglio della prossima esplosione, in ogni parte del mondo, anche tu. Questo il messaggio che ci scaraventano addosso produzioni visive americane (che le nostre restano sempre provinciali e poi va sempre tutto a finire bene), e il dialogo di un genetista americano di origine indiana sulle sciagure che infliggono il mondo (il disastro dell’ambiente, guerre, carestie…) ci vuole sostenitori del fatto che sì, ci sia qualcosa di sbagliato nella strada del genere umano, ma sono pronti supereroi in crisi identitaria nella scoperta dei loro poteri e profeti pittori eroinomani a immaginare un futuro di devastazione che tutti sentiamo in agguato.
C’è da disperarsi. A tratti mi dispero, ma il mio quotidiano chiama da un lato alla bellezza dall’altro alla precarietà da svoltare in qualche modo, possibilmente un lavoro decente, eventualmente uno stipendio.
Futuro di devastazione, dicevo. Mi arrivano in mail pagine e pagine di documenti, dagli Stati Uniti, tra cui il Kennebunkport Warning, che portano tutti alla conclusione che un attacco militare all’Iran sia imminente. Una tre giorni di attacchi aerei che metterebbero fuori uso non solo gli impianti nucleari sospettati di produrre armamenti atomici, ma l’intero sistema militare iraniano. Un attacco che verrebbe giustificato in base a un’operazione false flag. Un attacco che imporrebbe la legge marziale negli Stati Uniti.
Ora, il mal di testa continua a pulsare e sale a ogni colpo di rullante e a ogni boccata di nicotina. C’è sulle dita che scivolano sulla tastiera il desiderio di costruire un futuro, troppo sentito e voluto in questi ultimi tempi, e intanto il mio privato è solo un pezzetto di una storia più grande in cui sono comunque coinvolto (leggevo Augé, prima, in autobus, rientrando a casa), la consapevolezza della prospettiva tragica che le pagine che continuo a scorrere sullo schermo – e sono in inglese e ho mal di testa – prefigurano mi fa male, non solo a livello di accadimenti mondiali che segnerebbero ancora una volta in negativo il passare della nostra storia presente, mi fa male soprattutto perché attaccano me in quanto essere umano, come speranza di felicità, per l’ansia di futuro che mi trovo addosso e a cui sorrido, su cui lavoro ogni giorno, su tutti i domani che intravedo.
E intanto continuo ad aprire pagine web una dietro l’altra e tutte queste mi rimandano come schegge, colpi di coda, la molteplicità plurale che questa nostra società fatta di donne e uomini confusi esprime e con essa l’istantanea di un fallimento probabile, possibile, non migliore. Ma non voglio trovarmi anch’io ad avere paura.
*Okkervil River, prima traccia di The stage names
Tag:Heroes, Iran, Kennebunkport Warning, Marc Augé, Matthew Herbert






5 Responses to “Our life is not a movie or maybe*”
By NAiMA on set 4, 2007 | Reply
kzk,
hahha)
grazie dell’sms di risposta l’altra notte, a cui non ho replicato per mancanza di iniziativa.
non sapevo nemmeno ti fossi effettivamente trasferito a roma, questa la dice lunga un po’ su tante cose o volendo solo su una (“quanto tempo che non ci sentiamo” era troppo banale
da oggi ti annovero tra i miei link.
By Molloy on set 4, 2007 | Reply
Niente da aggiungere. Oppure tutto da aggiungere.Perché se altri tolgono, aumentando il silenzio, liberando silenzio in modo abnorme, come un parto di insetti (questo è per me ora la televisione, il giornale, l’advertising….), allora è ora di aggiungere. Non sottovalutiamo la possibilità che ci è data di parlare sopra un silenzio purtroppo quasi perfetto. Impariamo a giocare a mosca cieca, e costruiamo nel buio, magari pure divertendosi un po, no? Un abbraccio fratellino, e, per dirla con Samuel, “continuamo a finire”…resistenza!
By Livia on set 5, 2007 | Reply
sì sono tornata. e mi sento bene, suonerà strano ma il solo fatto di avere un blog mi fa sentire protetta.
leggo Festinalente con gioia, e questo post ti racconta in un modo così delicato che sorprende.
matthew herbert, è K7, lo sai?
bacioni
By Ciccio Ingravallo on set 5, 2007 | Reply
Che poi se uno scrive “un po”, senza corretta segnalazione d’apocope rischia grosso, nel blog di un narratore in auge, o in aria di…riguardandosi audiovisivi praghesi. stop. rivistoti. stop. abbraccioti. stop.