Notte bianca: ricreare comunità (2a parte)
19 settembre 2007 | scritto da Roberto |Sono ormai passati un po’ di giorni dalla Notte bianca romana, tempo sufficiente per raccogliere reazioni e pensieri, per collegare la riflessione su queste iniziative a un contesto più ampio, fatto di città che ci vogliono far vivere sotto emergenza costante e per cui la politica trova l’unica risposta in una altrettanto emergenziale repressione.
A pensarci, non è nemmeno strano: è il paradigma della politica di questi anni. Paura ed emergenza. E se il modello vale per gli Stati, perché non dovrebbe valere anche per il governo cittadino? Questo, in fondo, sembrano dimostrarci le iniziative proposte dai sindaci di Firenze e di Bologna: che siano lavavetri o writers, che sia chi occupa spazi per restituirli a una socialità umana e non commerciale o chi, precario o in condizioni ancora più sfavorevoli, lotta per una casa e una sistemazione decente.
Come scriveva l’urbanista Paolo Berdini su il manifesto del 12 settembre:
Analizzare l’invivibilità urbana avrebbe infatti costretto ad analizzare le cause strutturali che la producono e a fare i conti con la cultura trionfante del neoliberismo. Proprio quello che la sinistra tradizionale rifiuta di fare. Additare i lavavetri, gli immigrati, i graffitari e i mendicanti come responsabili del malessere urbano è dunque la scelta disperata di chi ha deliberatamente scelto di non esercitare più alcuna funzione critica.
E ancora:
I destini urbani si decidono oggi volta per volta, sulla base di una contrattazione economica con la proprietà. Non c’è più alcuno spazio per il tema della vivibilità, per i servizi alle persone, per il verde pubblico.
Poter fruire di alcuni spazi per una notte all’anno non serve a nessuno, se non a un’amministrazione che si mette in vetrina. Poter socializzare gli spazi ogni giorno – quegli spazi che attraversiamo distratti dalla fretta e dal lavoro, immersi in un traffico tossico e paralizzante – questo sarebbe un passo avanti, ma farlo secondo le esigenze che vengono dal basso, della gente che ci vive. La Notte bianca, in fondo, è un’operazione turistica, fatta e vissuta da quelle tante persone che arrivano da fuori.
E se dall’azione politica c’è da aspettarsi poco, rimangono alcune possibilità di vivere la città secondo le nostre esigenze: e non si tratta solo di affitti troppo alti o mobilità, ma anche di riscoprirne il significato e la storia, l’estetica e il senso. In poche parole: di riportarle a misura d’uomo. La psicogeografia, nel suo essere comunque anche una prospettiva ludica, che gioca con gli spazi percorrendoli e vivendoli in maniera non convenzionale, può portarci a trovare nuovi occhi con cui guardare i luoghi che, attraversati ogni giorno, sono diventati a noi anonimi, costruzioni senza ragione, strade scelte solo perché è la via più veloce.
Il lavorare e costruire dialogo all’interno delle zone, dei quartieri, dei municipi, riallacciare relazioni che diano forma a una comunità reale, de-economizzare e ri-umanizzare, senza avere paura di rimettersi al centro come individui e non più solo come fruitori di servizi o come clienti. E questo può avvenire di pari passo con la sperimentazione di percorsi di sobrietà, di autoproduzione, di scambio (di esperienze, di beni, di tempo), oggi più che mai necessario per sfuggire alla dittatura del Pil come unico parametro della qualità della vita.
Calvino, ne Le città invisibili, scriveva: “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Cosa chiediamo, noi, alla città?
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