Da La Voce delle Voci: Sappiano le mie parole di sangue
14 dicembre 2007 | scritto da Roberto |Un aggiornamento più sostanzioso rispetto ai post degli ultimi tempi (ma qua ci sono un mare di cose da fare, pochi soldi e poca concretezza. Passerà): la recensione che ho scritto al libro di Babsi Jones, pubblicata sul numero di dicembre (come sempre ricco di inchieste e approfondimenti che vale davvero la pena leggere) de La Voce delle Voci. Eccola.
Abrasivo. T’incolla al testo per strapparti all’improvviso. A restare lì, con davanti tutto. Tutto. Non puoi scegliere nemmeno su quale dei tanti livelli di lettura decidere di seguire la traccia: non c’è tempo, cioè non c’è spazio. Questa pagine vanno oltre il letterario, vanno oltre la cronaca giornalistica, vanno oltre il linguaggio: sfondano muri di significati ormai inesistenti, ricostruendo macerie di senso. Non c’è una via d’accesso preferenziale, un punto saldo su cui fare leva per andare avanti, tutto deborda, la storia è Storia, la parola è proiettile e riprende il suo senso vero: sangue.
Io non sto più patteggiando con aggettivi che accettano di declinarsi a stadi. (…) l’aggettivo da cui comincio ogni volta che aggiungo una pagina a questo reportage è morto, e non si può essere più morti né mortissimi.
La guerra è il testo è la vita è la parola. Non arretra, non risparmia. Dove può – e può tanto, fino a scoppiare e far scoppiare – sfonda, dove non può si ferma: ci vorrebbe un’arma. Che non è tempo di umanitarismi, casse da morto decorate di belle parole e riempite di cadaveri, mercato nero, servilismo d’ambasciata.
Tempo reale. Flashback. L’alternarsi cronologico di momenti che non si sovrappongono ma costruiscono una linea che dal passato si conficca direttamente nell’oggi, disegnano una mappa di geografie esplose, dimenticate, distratte. E fanno crollare quel poco che restava della domanda se sia letteratura quella che si occupa di queste cose. Lo è. Ma ne è di più, una versione senza sconti. Perché sconta anche la colpa di un giornalismo in tutti questi anni incapace di raccontarci, incapace di indagine e profondità, solo buono per coccolare il caldo delle nostre case e il vuoto della nostra coscienza manichea, buoni da una parte cattivi dall’altra e noi tutti in fila ad aiutare le vittime, preventivamente assolti da un sistema mediatico che si è sostituito al nostro cervello.
Settantacinque centesimi, quello che costa un proiettile, quello che vale una vita. Questa scrittura che in finzione è reportage, il reportage lo supera e lo porta oltre, rompendo anche la struttura del romanzo che lo contiene. La testimonianza in prima persona, quegli occhi che vedono e raccontano non si lasciano mai imbrigliare da emozioni facili, da quelle empatie che spesso troviamo sui media e tra le persone, tutti persi nel magma di un’emergenza emozionale che distrae. Il racconto è lucido, lucidissimo, e consapevole, i fatti che ci troviamo davanti sono documentati, in nota, nel testo e alla fine del libro c’è tutto il materiale necessario per recuperare la memoria e conoscere quello che durante gli anni ’90 e in seguito il giornalismo di casa nostra non ci hai mai voluto raccontare.
Delle milizie islamiche di Izetbegovic addestrate dall’MPRI, servizi di guerra sporca a marchio Cia; del passaporto bosniaco di Bin Laden gentilmente rilasciato dall’ambasciata di Bosnia-Erzegovina a Vienna; delle messe in scena di agenzie di comunicazione e ambasciate a uso e consumo della stampa (asservita) e delle masse (fregate), per inventare qualcosa che non c’è e giustificare un assalto ingiustificabile; della spartizione mafiosa degli aiuti umanitari (altra politica d’emergenza, altro scontato fallimento); di ogni singola tragedia vissuta nei Balcani; del fatto che tutto è collegato nello scenario globale, dagli Stati Uniti all’Iran passando proprio per quei Balcani, e che se continueranno a raccontarcelo a compartimenti stagni noi non capiremo mai nulla di quello che sta accadendo.
Tutto questo, e oltre, con una scrittura che è incisione sulla pelle e che dalle pagine stampate deborda in rete, in un sito-labirinto, a costruire altri percorsi che entrano ed escono dal testo facendone altro, aggiungendo suoni, immagini, video in un esperimento che trascende la letteratura come fino a ora l’abbiamo intesa, legandosi alla rete, innestandovisi.
Per tutto questo, per altro che si sedimenta addosso e in testa, Sappiano le mie parole di sangue è un libro che non si può definire altro che: necessario.
Tag:Babsi Jones, Sappiano le mie parole di sangue







One Response to “Da La Voce delle Voci: Sappiano le mie parole di sangue”
By don gately on apr 2, 2009 | Reply
io amo babsi jones e ogni singola riga che ha scritto.