Italiani analfabeti: la catastrofe è inevitabile
7 febbraio 2008 | scritto da Roberto |Avevo deciso di utilizzare la citazione da Il liberismo ha i giorni contati dall’ultimo album dei Baustelle per scrivere della necessità di una scelta consapevole di non voto alle prossime elezioni politiche di aprile, ma una notizia degli ultimi giorni ha monopolizzato la mia attenzione. Perché prima che politico, il problema è culturale. Sull’astensione scriverò a breve.
Che la situazione di questo Paese fosse tragica lo sapevamo già bene, ma la lettura dell’articolo di Smargiassi su Repubblica, Nell’Italia dei laureati che non sanno scrivere, ci tuffa nello sconforto più profondo: oltre a raccontarci che la maggior parte degli italiani non è in grado di leggere e comprendere un testo complesso, ci dice anche che gli abitanti del fu Bel Paese non sanno nemmeno scrivere decentemente, che confondono significanti simili che portano significati diversi, che usano un lessico povero, banale, riempito di frasi fatte e luoghi comuni.
E’ una disfatta. Che parte dalla scuola, incapace di insegnare a leggere e capire e tanto meno a scrivere, per arrivare all’università in cui gli studenti affrontano test di lingue straniere ma nessuna verifica sulla conoscenza della propria lingua. E i risultati si vedono e si sentono quotidianamente.
Citare il Nanni Moretti di Palombella Rossa è fin troppo scontato. Forse sarebbe meglio – per chi è ancora in grado di comprenderlo… – leggere un testo come quello di Gian Luigi Beccaria, Per difesa e per amore: perché la povertà di linguaggio è sintomo di una povertà di pensiero. Senza parole e senza una grammatica corretta non si arriva da nessuna parte.
Si è contagiati dal già troppo detto o troppo scritto, le parole perdono in precisione e vitalità, si è da esse parlati, si comincia a ottundere la capacità di discernimento tra ciò che conta e ciò che è superfluo, tra ciò che è mezzo, mercanzia, e ciò che è sostanza. (G. L. Beccaria, p. 18)
Anche se per i laureati in questione si preferisce il termine ‘illetterati’, la sostanza non cambia. E il problema sta molto più in profondità di un ‘po” scritto con l’accento o dell’uso barbaro di ‘piuttosto che’ in semplice funzione disgiuntiva (errori per cui la mia militanza per una grammatica corretta vorrebbe l’introduzione del reato!).
Gli italiani sono parlati da una lingua che non conoscono né comprendono più bene: questo è il dramma. E anche se negli ultimi anni si è tornato a parlare di ritorno alla scrittura (grazie alla rete, agli sms…) basta qualche esempio per rendersi conto che è una forma di scrittura a cui quasi sempre mancano le basi, che si improvvisa su di un nulla dettato più dalle regole del T9 che dalla consapevolezza di quello che si scrive.
Questa è la situazione. Culturale, sì, ma necessariamente politica, come ci ricorda Bartezzaghi in chiusura della sua riflessione:
Tag:analfabetismo, Gian Luigi Beccaria, grammatica, lingua italianaLa crisi politica in corso – a seguirla lungo le sue linee-guida linguistiche, semiotiche e logiche – non dimostra innanzitutto, e profondamente, quanto siamo ignoranti – nel doppio senso di insipienti e di inconseguenti – , tutti?






