Genova per noi
10 marzo 2008 | scritto da Roberto |Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero di Sette sere (10/2008, in edicola l’8 marzo), nella rubrica Z.t.l.
Qualuno forse potrà storcere il naso se torniamo a parlare dei “fatti di Genova”, ma dovrebbe essere sufficiente aver seguito alcune notizie uscite alla fine di febbraio, per rendersi conto dell’estrema attualità di quelle vicende e, soprattutto, per l’importanza cruciale che queste hanno nel percorso di involuzione della democrazia in atto, non solo in Italia, a partire proprio da quel 2001.
Parlare di Genova non vuole necessariamente dire parlare dei processi in corso né, come ha fatto Sandro Provvisionato sulle pagine de La Voce delle Voci di febbraio, delle vergognose promozioni dei funzionari di polizia responsabili dei pestaggi alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto.
C’è una produzione culturale varia che compie un lavoro di metabolizzazione individuale e collettiva di quei giorni tragici per il nostro Paese e per la vita di molti cittadini inermi. Lavoro necessario, vista la poca considerazione che il giornalismo di casa nostra ha dedicato alle torture di Bolzaneto elencate in aule in un processo che vede 205 parti lese, semplici cittadini, e 45 imputati, tutti agenti delle forze dell’ordine.
Cominciamo da Noi della Diaz (Altreconomia-Terre di Mezzo), il libro del giornalista Lorenzo Guadagnucci, pestato nel dormitorio del Genoa Social Forum, che racconta di quella notte tragica in una nuova edizione appena arrivata in libreria. In una sostanziosa prefazione, dall’amaro titolo “Democrazia umiliata”, Guadagnucci aggiorna sugli sviluppi degli ultimi anni, sul disegno che ha come volontà la “capillare restrizione delle libertà civili”. Completa il testo un diario dal carcere di Paolo Fornaciari, una delle vittime di pestaggi e arresti arbitrari.
Dal lavoro giornalistico al teatro di denuncia: le Edizioni Il Foglio hanno mandato in libreria Con il tuo sasso, monologo in cui Riccardo Lestini racconta, documenta, spaventa. “Sia ben chiaro che in piazza non accade mai niente che il potere politico non voglia”, dice un poliziotto. Allora cambia la prospettiva, quando ricordiamo che per Genova erano state ordinate 200 body bag (i sacchi per i cadaveri) oppure l’utilizzo dei manganelli tonfa, introdotti con un decreto eccezionale del Ministro dell’Interno (allora Bianco, centrosinistra: fa bene non dimenticarlo).
Il ricordo di quelle giornate è al centro anche del romanzo Cosa cambia di Roberto Ferrucci (Marsilio, 2007), che si muove in equilibrio tra memoria collettiva e storia personale, legandoli insieme in un percorso umano che rimane segnato dentro e sulla pelle dai gas CS, dalle manganellate, da violenze talmente difficili da accettare che restano silenziose. E storie che finiscono, amicizie e passioni che si stringono tra la polizia che carica, il concerto di Manu Chao, la Genova di De Andrè.
Roberto Ferrucci arriva a quelle giornate in maniera non diretta, raccontando del ritorno nel capoluogo ligure, ad anni di distanza, di un giornalista presente al G8. Cartina alla mano, ripercorre strade e ricordi, intrecciando le vicende personali che lo hanno in qualche modo portato a Genova ai fatti di quei giorni, come a cercare di chiudere un conto, rimarginare una ferita: risultato forse impossibile, ma che ci restituisce una memoria interiorizzata, personale, intima, un segno sulla pelle che continua a dirci che quella storia è incisa su di noi, intrecciata alle nostre. E resterà, nonostante politica, promozioni e future probabili prescrizioni per i responsabili.
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