Un male troppo umano
25 aprile 2008 | scritto da Roberto |“E’ dunque nell’animo umano che vanno cercate le origini e la natura del male, per comprendere perché e come nasca nell’uomo l’idea o la pulsione di fare del male, piuttosto che del bene, al suo prossimo.” Così Fejtö, che si interroga sul male nel corso della storia nel volume Dio, l’uomo e il diavolo, un percorso che parte dall’analisi dell’Antico Testamento per snodarsi via via sul corso dei secoli, raccontando del Diavolo e del male nell’era cristiana, dagli Atti degli Apostoli a Lutero, per risalire poi verso tempi a noi più vicini, con le problematiche storiche, sociali e politiche del diciannovesimo e ventesimo secolo, arrivando fino ai nostri giorni.
Cammino di una mente lucida che si interroga sulla figura del Diavolo nella nostra storia, arrivando a sostenere che “non esista come figura opposta e rivale a Dio, ma che esso ‘esista’ tuttavia come metafora, come mito, come capro espiatorio delle colpe e dei peccati che l’uomo non può e non vuole confessare.” Ma il Diavolo è presente anche come tecnica politica tipica del fanatismo che, demonizzando l’avversario, legittima l’odio e la violenza che si prova nei suoi confronti: un modo di agire che conosciamo bene e che in questo Paese sembra continuare a pagare.
Ma sono tanti i percorsi in cui il male si declina nel mondo, a cominciare dalla percezione di un’apocalisse incombente, nella sua possibilità più distruttiva. Sono le immagini quotidiane di Iraq e Afghanistan e Palestina (e decine di altre aree del mondo che non arrivano sui nostri schermi), guerre in cui la retorica di contrapposizione tra buoni (con Dio dalla loro) e asse del male si inserisce perfettamente nell’uso utilitaristico della figura diabolica descritto da Fejtö.
Totalitarismi in nuove forme si impongono in maniera differente rispetto a quelli del Novecento, ma sempre fondati sull’alleanza tra grande capitale e plebe, come spiegava Hannah Arendt: si perde l’autocoscienza (di classe, di appartenenza…) e resta solo massa, tenuta in scacco sul terreno scivoloso di un’esistenza sempre più precaria da discorsi sempre più semplificati, rozzi e livellati sul tornaconto individuale immediato. Questa esistenza banalizzata, svuotata di profondità, di complessità, è forse uno dei mali più grandi di questi anni. E anche in questo caso arriva la demonizzazione: è il diverso, il migrante, a fare da capro espiatorio, per finire disprezzato, aggredito, espulso.
E ribaltando le parole si può parlare di male della banalità: “ultimo scalino della degradazione dello Spettacolo, degradazione etica ed estetica”, scrive Marco Rovelli, parlando di un trionfo del kitsch in cui la perdita del senso del ridicolo (individuale e collettivo) altro non è che il toccare il fondo. Ma fondo sempre relativo, mai realmente in fondo.
Abitiamo un “tempo penultimo”, per riprendere la definizione di Origene attualizzata da Marco Belpoliti nelle ultime pagine del suo Crolli, non ci troviamo di fronte alla fine – dell’uomo, della storia… – ma in “un tempo della fine che non finisce di finire”. Un lento trascinarsi verso il kitsch che sta man mano saturando e, così, svuotando di senso i canali di comunicazione, i territori della cultura e della politica.
Di fronte a questo la risposta sincretico-artistica che Fejtö elabora in chiusura del libro scivola probabilmente su un piano utopistico, mentre davanti a noi abbiamo macerie che pongono domande.
Pubblicato sul numero 17/2008 del settimanale Sette sere.
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