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Appello: precarietà, che fare?

26 aprile 2008 | scritto da Roberto |

Ricevo e pubblico da Rekombinant. Visto il lavoro che sto/stiamo facendo sulla precarietà, City of Gods, per esempio, anche se il viverla sulla propria pelle – ora con partita iva – in realtà sembra già abbastanza, credo che sia uno spunto interessante per riportare certe istanze non tanto al centro dell’agenda politica, indifferente da ogni parte se non per vuote promesse da campagna elettorale, quanto al centro dell’azione dell’autorganizzazione precaria. Perché siamo gli unici che possiamo dire qualcosa di vero.

euormayday Appello: precarietà, che fare?Il tema della precarietà assurge agli onori delle cronache soprattutto nel periodo elettorale. Non è la prima volta. Purtroppo, nonostante un crescente interesse nel campo della produzione culturale (musica, film e documentari, letteratura), sul piano del dibattito socio-economico nei periodi tra un elezione e l’altra perde di importanza e di appealing. Nell’ambito poi della dinamica sindacale assume contorni e prospettive che ci sembrano del tutto inadeguate a quelle che sono le questioni fondamentali in campo.

Con questo appello, noi che ci muoviamo nell’ambito dell’analisi sociale ed economica, vorremmo portare all’attenzione alcuni punti che ci sembrano essenziali per affrontare in modo propositivo il tema della precarietà:

1. La precarietà è prima di tutto esistenziale e non solo legata al tempo del lavoro. Tale constatazione implica che tra politiche del lavoro e politiche del welfare non vi è separazione, ma semmai complementarietà: sono due facce della stessa medaglia. Qualunque intervento di politica del lavoro diventa anche politica di welfare e viceversa. Le parti sociali non sembrano essere coscienti di ciò

2. La precarietà è condizione strutturale e generalizzata. E’ la forma giuridica e sociale tendenzialmente più rilevante che definisce il rapporto di lavoro, sempre più individualizzato. La contrattazione individuale tende a essere preminente sulla contrattazione collettiva, con effetti critici sulla capacità tradizionale dei sindacati di rappresentare effettivamente i bisogni e le esigenze del mondo del lavoro, anche laddove la stabilità del posto di lavoro appare garantita. Anche i lavoratori a tempo indeterminato sono potenzialmente e psicologicamente precari.

3. Le forme tradizionali della rappresentanza sindacale che hanno più o meno il monopolio delle relazioni sindacali sono all’interno della dicotomia o della chimera della flessibilità come opportunità o della richiesta di assunzione a tempo indeterminato per tutti i precari. La prima rappresenta l’illusione smentita da una decennale esperienza di poter regolamentare e controllare la precarietà; la seconda è l’esito di un processo di nostalgia verso un modello produttivo – quello taylorista e fordista – che non esiste più e che molti di noi hanno contribuito a modificare.

4. Si pone con urgenza il recupero di una proposta di analisi e azione autonoma del variegato mondo del precariato – dalla condizione dei migranti, ai precari dell’industria e dei servizi sino ai nuovi lavori di natura cognitiva – che faccia perno su una nuova idea di relazioni industriale e una riforma della struttura del sistema di welfare: garanzia di continuità di reddito, legare i diritti di cittadinanza e di welfare ai singoli individui e non al posto di lavoro, abbattere la discriminazione nei confronti dei migranti, i cui diritti di visibilità e cittadinanza dipendono dalla loro collocazione lavorativa e non dal loro riconoscimento come esseri umani, con l’effetto (voluto) di spingere molti di loro alla clandestinità e al lavoro nero, introduzione di un salario minimo, riduzione delle tipologie contrattuali del lavoro, molto spesso inutili e ridondanti, ma finalizzate ad aumentare trattamenti discriminanti. E’ necessario una capacità di innovazione nel modo di agire sindacale e politica che parta direttamente dalle esigenze e dai bisogni di chi oggi vive la precarietà come condizione imposta sulla propria pelle. E’ necessario recuperare una capacità autonoma di agire fuori da logiche assistenzialiste, corporative e concertative, incapaci di cogliere gli elementi di novità e di contraddizione posti dalle trasformazioni qualitative e quantitative del paradigma produttivo e del mondo del lavoro. Niente è più uguale al passato.

Per questo e per queste proposte, appoggiamo le partecipiamo all’EuroMayDay008 dei precari e dei migranti, come nuovo spazio in grado di aprire vertenzialità e dialettica sociale.

SAPERE, FAR SAPERE, SAPER FARE, FARE, CONDIVIDERE, LIBERARE, VINCERE.

Ecco i primi firmatari:

Adam Arvidsson, Università di Copenhagen, Danimarca
Dario Azzellini, Johann-Wolfgang-Goethe-Universität, Frankfurt (Germania)
e Benemérita Universidad Autónoma de Puebla (México)
Andrea Fumagalli, Università di Pavia, Italia
Montserrat Galcerán, Universidad Complutense di Madrid, Spagna
Stefano Lucarelli, Università di Bergamo, Italia
Yann Moulier Boutang, Université du Compiègne, Francia
Grazia Naletto, Sbilanciamoci, Italia
Agostino Petrillo, Politecnico di Milano, Italia
Carlos Prieto del Campo, Universidad Nomade, Madrid, Spagna
Raul Sanchez, Universidad Nomade, Madrid, Spagna
Barbara Szaniecki, Universidad Federal de Rio de Janeiro, Brasil
Michele Surdi, Università di Roma “La Sapienza”, Italia
Benedetto Vecchi, Il Manifesto, Italia.
Enzo Valentini, Università di Macerata, Italia.
Carlo Vercellone, Università di Parigi I, Sorbona, Francia
Tiziana Villani, Millepiani, Italia
Adelino Zanini, Università Politecnica delle Marche, Italia

Chi vuole dare la propria adesione, può rispondere con una mail a info@euromayday.org. Ognuna poi è libero di farlo circolare come crede e a chi crede.

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