Razzismo democratico
26 settembre 2008 | scritto da Roberto |Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti! (Nanni Moretti in Palombella rossa)
Ci siamo ormai talmente abituati che non ci facciamo più caso, le sentiamo ogni giorno in televisione e sulla bocca di tutti mentre prendiamo il caffè o facciamo la spesa, le leggiamo quotidianamente sui giornali e sono così entrate dentro di noi, nel nostro uso, individuale e collettivo, che nemmeno ci interroghiamo più sul loro reale significato e su quello che portano con sé.
Le parole. Le parole sbagliate per definire le cose e le situazioni, le parole sbagliate per raccontare un mondo che continua a cambiare sempre troppo in fretta rispetto alla nostra capacità di metabolizzazione. I media, ancora una volta, cassa di risonanza, standardizzazione del banale, del detto male, del superficiale, abusando di un linguaggio svuotato di significati, incapaci di sguardo critico. Siamo parlati da un linguaggio che non comprendiamo più, scriveva Bifo in un suo intervento in rete, e io aggiungerei che questa lingua è svuotata, abbruttita, incapace di dire, afasica: suoni e stereotipi che rimbalzano tra tv giornali e internet a veicolare immagini sempre identiche e categorie riduttive, semplicistiche.
Gian Luigi Beccaria scriveva che dobbiamo difenderci dall’abuso della lingua, dalle frasi fatte, dalle espressioni preconfenzionate a uso mediatico. Riguadagnare il silenzio e con esso il senso reale delle parole. Perché un linguaggio povero è sintomo di un pensiero povero. Non solo: ha conseguenze sociali.
Scrive Giuseppe Faso, a proposito dell’utilizzo (mediatico e politico) della parola ‘degrado’: “non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un conflitto che per ridisegnare il mondo dei valori trasforma, impoverisce e mistifica l’uso delle parole. Sarebbe bene rendersene conto, decidere da che parte stare, e come contribuire alla negoziazione del linguaggio, visto che i suoi effetti ricadono sulla regolazione delle pratiche sociali”.
Queste frasi vengono da un libro importante per capire quello che sta succedendo, questo slittamento semantico che è anche slittamento sociale, politico, modificazione della realtà. Il testo si intitola Lessico del razzismo democratico ed è stato pubblicato da DeriveApprodi nel marzo di quest’anno. Tante voci, da ‘albanesi’ a ‘vu cumprà’, passando per ‘badanti’ e ‘democrazia’, ‘integrazione’ e ‘politicamente corretto’.
Ma è più efficace affidarsi direttamente alle parole di Faso che, alla voce ‘sicurezza’, scrive: “Marcello Maneri ci ha mostrato come il panico morale (…) è un dispositivo che trasforma l’insicurezza di origine esistenziale (mancanza di ‘security’) e l’incertezza cognitiva (mancanza di ‘certainty’) in allarme per la mancanza di sicurezza personale (‘safety’). Si tratta di un imbroglio, perché le fonti più oscure della nostra insicurezza vengono rimosse, e si dà un volto concreto al nemico-estraneo che (…) viene individuato come portatore di pericolo”. Parole usate con consapevole colpevolezza, quindi. E non solo da chi ha smanie autoritarie o repressive ma anche da chi, appunto, si definisce con convinzione democratico, mascherando dietro a scelte lessicali scorrette o irresponsabili il razzismo ormai non più latente della nostra società ogni giorno più chiusa e avvelenata.
Su Carmilla, alcune voci del libro e un’intervista a Giuseppe Faso.
Pubblicato sul settimanale Sette sere del 26 settembre 2008
Tag:Bifo, DeriveApprodi, Gian Luigi Beccaria, Giuseppe Faso, Lessico del razzismo democratico, lingua italiana, media, migranti, razzismo, Sette sere






