Stupito mutare
15 ottobre 2009 | scritto da Roberto |Tramutar di luogo. Spaesamento. Cambiare città, case, stanze, lavori, persone. Scrivevo di questi passaggi, scrivevo che in questo trans-locare la prima cosa a cambiare sarei stato io, sentivo di essere io. Ma nel momento in cui a muoversi è un noi, il transito delle due identità e del plurale che queste formano moltiplica le possibilità di cambiamento, in ogni direzione.
E allora queste direzioni si sfalsano, confliggono, diventano traiettorie dispari, e trovare e tenere il contatto richiede una quantità di energie fuori dal comune. Sottrae ore al sonno. Scompone i pensieri in eccessi di lucidità che seguono lo scorticarsi sul fondo, senza soluzione di continuità. Anche questi sono frammenti di riflessioni, scomposti e troppo personali, traccia di un momento in cui quel non so che è il dove si radicalizza, fino a coinvolgere i nervi e il sangue, non solo gli spazi – fisici ed esistenziali – in cui si spende il proprio quotidiano.
Scoprire forse per la prima volta una città che così si dà come ancora nuova, trovarsi a farlo in solitaria, tira a un senso di inadeguatezza che porta sotto gli occhi, costantemente, senza tregua, la domanda principale, il percorso, dove sto portando i miei passi. Senza ridursi ai frammenti che troppo spesso hanno costituito l’unica precaria identità possibile. Siamo già oltre, altrove. Nuovi interrogativi, che scavano più a fondo. E che un lavoro agganciato per caso in una città che non mi appartiene più non basta a riannodare alla razionalità del fare, credendo di scoprirsi interamente nel proprio agire. Non è così, ma lo sapevo già.
In un dialogo di una di queste tante serate bolognesi, fatte di facce vecchie e nuove e di parole, di vissuti che si mettono a nudo perché non mostrarsi richiederebbe ancora più fatica del farlo, in una di queste sere, si parlava di una sensazione diffusa, comune, allo stomaco: che questi tempi, per questa nostra generazione soprattutto, ma non solo, richiedano un eccesso di energia solo per riuscire a non lasciarsi trascinare giù. Ci consumiamo. Ferocemente. Con la sensazione che non sia possibile fare altrimenti, che non possiamo fare altrimenti.
E non vuol dire vivere abissi di disperazione, né lasciarsi a un nichilismo, spesso facile, di chi non riesce a (o non può) conoscere davvero l’attaccamento alla vita. E’ solo una forma eccessiva di quotidianità a cui è (quasi) impossibile sottrarsi.
A tratti occorre alleggerirsi, togliersi quelle ossessioni e fissazioni che ci portiamo addosso, lasciare a terra una zavorra fatta di proiezioni mentali, di aspirazioni cresciute dentro quasi come metastasi, di quei percorsi di pensiero che diamo per scontati perché da sempre ci abitano ma di cui forse sarebbe meglio fare a meno.
E mantenere negli occhi lo stupore.
Tag:Ennio Flaiano, esistenza, precarietà, traslocoCogliere l’incredibile nel gesto più solito, meravigliarsi sempre. Succede che la vita è piena di spettacoli non conformi alle nostre abitudini visive, spettacoli e forme che dovrebbero turbarci per la sconnessione col mondo circostante o per le allegorie che così hanno voluto disporli. Ma perdiamo forse tempo a notarli e a meravigliarcene? Se così fosse, ad ogni momento ci chiederemmo un perché, e forse niente e nessuno potrebbe risponderci. (E. Flaiano, Diario notturno)







2 Responses to “Stupito mutare”
By Yuri on ott 19, 2009 | Reply
“di vissuti che si mettono a nudo perché non mostrarsi richiederebbe ancora più fatica del farlo”
che bella… frase mitica, hai ragione R.
TraSloca sempre, e comunque. E non fermarti.
Scrivi, per non morire.
yuri
By la compagna d. on ott 19, 2009 | Reply
eeh, caro compagno,
come non ritrovarsi in questo scenario?
grazie per la condivisione di questi pensieri, che danno parola a cose tanto vissute ma mai nominate. condivido e abbraccio però soprattutto la seconda parte della tua riflessione, quella sulla necessità (che mi ripeto sempre con il sorriso e la voglia di giocare della bambina che son rimasta!) di riuscire a portare leggerezza e stupore, il posare uno sguardo nuovo su quelle sembrano le solite cose, lo scoprirsi meravigliati, e anche il lasciarsi trasportare dalla questa meraviglia, a volte, per poi ritrovarsi, e riaccorciarsi le maniche e non arrendersi, mai, mai, mai!
mi piace questa farse del mio compaesano Flaiano, e mi viene di affiancarle quest’altra (anche se apparentemente senza un perché), di Trilussa, poeta della nuova terra che oggi accoglie i miei allegri squilibri: “Un’ape si posa / su un bocciolo di rosa, / lo succhia e se ne va. / La felicità, in fondo, / è una piccola cosa”.