Il gusto del cloro
25 ottobre 2009 | scritto da Roberto |
Troppo tempo che lo volevo leggere, troppi altri testi a concentrare la mia attenzione: ci sono arrivato solo qualche settimana fa, a un ingresso in libreria che mi diceva che non potevo rimandare. Una chiamata alla condivisione, forse. Necessaria.
Sono da sempre stato in difficoltà con l’acqua, non sono mai riuscito a sentirmici bene, immerso, e quello che ora so essere un abbraccio l’ho sempre sentito come qualcosa da cui svincolarsi, da cui scappare, possibilmente in fretta. Una sensazione che toglieva il fiato. Complice un’asma e un’ansia di soffocamento al solo primo contatto.
Non so quale passaggio sia avvenuto nella mia testa poco più di un anno fa, forse solo un necessario percorso legato al ritrovarsi ma anche all’esplorare. A una riflessione sui limiti, non necessariamente per superarli. Per consapevolezza. E, certo, sempre per quella dannata asma che ora mi obbliga comunque a un cortisone che mi devasta la gola.
Non so cosa si sia smosso, ma l’acqua mi è diventata accogliente, morbida, desiderata. E dalle prime bracciate dell’estate scorsa, fatte male, il fiato impossibile a reggerne più di quattro, cinque una dietro l’altra, da quella prima goffaggine che si adattava al liquido, ho scoperto un amore e un’attenzione al movimento in acqua, al susseguirsi ritmico delle bracciate, del prendere fiato. Lo sguardo fisso sulle piastrelle del fondo della piscina, la gestualità a volte impacciata del prepararsi allo scivolare in vasca: sistemare cuffia occhialini e stringinaso, stendere e sciogliere i muscoli.
E poi quel passaggio di stato che ho imparato ad amare, tanto da non poterne più fare a meno, da entrare in sofferenza se manca. L’idea del galleggiare, di questa sospensione senza appoggio solido ora accoglie come liquido amniotico. E tutte quelle sensazioni, quell’incrociarsi di traiettorie, braccia e gambe a muoversi, aria buttata fuori fissando il fondo, sguardo di occhialini incrociati emergendo di lato a ricaricarsi di ossigeno. Quell’osservarsi di corpi dinamici, quell’estraniamento che ti ritrova in altro.
Acqua. Immersi in un’altra dimensione, la percezione dell’esterno, dell’intorno muta, si fa liquida come il mezzo che contiene, muta anche lo sguardo, rifratto diverso, a disegnare altre linee, di corpi e traiettorie. E mentre il corpo si muove cercando di seguire al meglio le regole che guidano il suo scivolare nell’acqua, la mente (s)muove dai soliti binari, da quelli dell’agire e del camminare, dei piedi a terra, della verticalità che ci alza.
Per questo il fumetto di Bastien Vivès, appena l’ho visto, mi è sembrato come una chiamata che potesse riflettere il mio percorso acquatico dell’ultimo anno. Il gusto del cloro è capace di renderle, tutte queste sensazioni che il movimento in acqua, e l’avvicinarsi prima e l’allontanarsi dopo, ti danno. Quei silenzi di parole, fatti del suono del tuo spostarti fluido sotto la superficie, orecchie attutite al suono reale, quotidiano, ma che così dispongono a un’attenzione altra, un riflesso che dall’interno rimbalza sul liquido in cui ti muovi per tornarti, amplificato, chiarito, nel procedere del pensiero man mano che si percorrono metri. La disciplina quasi zen dell’andare avanti e tornare indietro, macinare distanze senza realmente andare.
E tutte le sfumature di azzurro che corrono intorno alle mani e alle braccia quando si immergono e spingono avanti il corpo, la sensazione della reattività dei muscoli, ma su una morbidezza che nell’aria non potresti provare. E ancora: quel parlarsi breve, lo scambiare qualche battuta con uno sconosciuto, accomunati da una condizione estraniata dalla frenesia del quotidiano. Come se le persone fossero diverse, una volta in acqua, come se i corpi cambiassero e cambiasse anche la loro modalità di relazionarsi.
Vivès, con il suo tratto e la sua scrittura coglie l’essenza di questo mondo in galleggiamento, ti ci porta dentro e, come è successo a me, ti fa rivivere anche i piccoli dettagli: lo stare appoggiato a bordo piscina per riposarti e guardare gli altri che nuotano, l’apnea di una vasca tirata sott’acqua che ti fa scorrere le pagine con ansia, perché anche a te manca l’aria e devi mettere la testa fuori, anche tu, lettore.
Questo. E le parole dette sott’acqua, che, davvero, chissà cosa volevano dire.
Tag:acqua, Bastien Vivès, Black Velvet, Il gusto del cloro, nuoto, piscina







3 Responses to “Il gusto del cloro”
By Massimiliano on ott 25, 2009 | Reply
Già… poi il silenzio e il mantra delle bolle d’aria che sfilano lungo il collo, infiniti movimenti tutti uguali ed ognuno diverso, una sensazione a metà strada tra lo scivolare ed il volare…
Dice che sei tornato in zona, dice anche per una buona (vedremo…) causa.
Oi. Per caso magari in costume…
By Roberto on ott 26, 2009 | Reply
ehi. a metà tra lo scivolare e il volare. un po’ come questo mio ritorno per una buona vedremo causa. è un po’ un transito, che non si sa, realmente, tra un po’ dove si sarà. in tutto questo si nuota troppo poco, però…
By Noemi on nov 2, 2009 | Reply
Parlo a livello strettamente personale, ma ti dico che sono contentissima che tu abbia scoperto il nuoto. Un po’ perché ti senti vecchio e pensi di non poterti appassionare più a nulla se non a quello che per anni hai inseguito e sì, mi riferisco anche alla scrittura. Sono molto contenta anche perché riesci sempre ad approfondire nel modo giusto le tue passioni e non le lasci mai sole. Per te nuotare non sarà mai semplicemente nuotare, ma dietro alla semplice azione ci metterai tanto altro. E così ti succede con tutto e io voglio vivere con te