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“Non può essere solo una questione di tette!” – Intervista a Ehsan Mehrbakhsh

26 marzo 2010 | scritto da Roberto |

(In questi ultimi giorni insisto sul tema: la mostra Iran. Sguardi sotterranei continua fino al 2 aprile alla Biblioteca Rispoli. Questa è l’intervista a Ehsan Mehrbakhsh che la accompagna.)

È sempre interessante parlare con Ehsan della sua arte, ti racconta aneddoti e storie, spesso divaga e a volte si ferma a ripetere una parola più volte, come a farla suonare meglio per il suo orecchio e per la sua testa. E nei momenti in cui resta in silenzio ti rendi conto che sta seguendo un grande movimento interiore, sta cercando parole e immagini e allora aspetti che ricominci a raccontarti. La conversazione a tratti assume sfumature surreali, così come i suoi quadri, e non sai mai dove ti porterà, alla fine. Così, dopo qualche risposta inviata via mail e una chiacchierata finale seduti a un tavolino del Bar Marani, tra un caffè molto lungo e un succo d’ananas, questo è ciò che è venuto fuori.

Perché questa mostra? Che cosa vuoi raccontare?
Da un po’ di tempo avevo quest’idea in mente, fare una mostra multimediale per far conoscere una parte nascosta e sconosciuta dell’Iran di oggi, le produzioni artistiche dei giovani nati dopo la rivoluzione del 1979. In Iran, per quattro anni ho frequentato l’atelier underground di un maestro d’arte moderna di Teheran: eravamo un gruppo di ragazzi e ragazze e, oltre a imparare tecniche di pittura e disegno, cercavamo di dedicarci a diverse attività artistiche, dal teatro agli happening, alla lettura di poesia e alla visione di film che non si trovavano facilmente in circolazione perché non graditi al regime. Le produzioni artistiche della mia generazione in Iran spesso sono un po’ nere, ironiche e anarchiche. Sono il frutto della nostra vita particolare nella Teheran moderna, di oggi. Tante di queste opere non possono venire esposte perché non rispettano i limiti imposti dal regime. Ci sono tante band heavy metal a Teheran, per esempio, che suonano nei garage o nelle cantine, i concerti si svolgono nelle case private. Con questa mostra vorrei raccontare una piccola parte di quel mondo. La Persia che si conosce qui in Italia è fatta di tappeti, moschee e tè. Ora vi faccio vedere l’altro lato: asfalto, grattacieli, e lattine di Black vodka acquistate al mercato nero!

Quali sono le differenze tra il tuo lavoro (e il tuo modo di lavorare) qui in Italia e prima in Iran?
In Iran spesso le opere vengono controllate prima di essere esposte. È successo anche a me: mi hanno impedito di mostrare un quadro perché secondo loro l’idea che rappresentava offendeva l’orgoglio nazionale! Qui non ho nessun codice da seguire, e ho tante immagine nuove raccolte dalle strade d’Italia: tutto questo si è mescolato con il mio immaginario legato all’Iran ed è venuto fuori senza censura. I primi quadri che ho fatto in Italia sono pieni di roba fuori legge! Uno dei quadri presenti alla mostra, il cui primo titolo era Puttana romana alla stazione Termini, racconta un episodio avvenuto la seconda serata che passavo a Roma. Stavo rientrando in ostello quando ho visto questa prostituta, piuttosto avanti con gli anni, sfatta, che mi invitava verso di lei. Per me era un’immagine molto forte, sono tornato in camera e mi sono messo subito a disegnare. È stato il mio primo disegno in Italia, e una delle cose uscite automaticamente sono state queste tette enormi. Per me è stata come una reazione istintiva contro la censura, non pensata e non decisa. In Iran avrei potuto disegnare una prostituta nuda, ma non avrei potuto esporre il quadro.

Quali sono le tue influenze artistiche?
Mi hanno sempre affascinato il dadaismo, più come corrente, e il surrealismo, più da un punto di vista tecnico. Il mio maestro in Iran era un illustratore di libri per bambini, vincitore di premi internazionali. Credo che nelle mie opere si mescolino questi elementi. Tanti miei disegni nascono senza che io prima pensi a un’idea precisa e quello che viene fuori è qualcosa di nuovo anche per me. Ultimamente, invece, prima penso a un concetto chiaro e faccio alcuni schizzi di prova, tra i quali scelgo quello che poi diventerà il lavoro finale. Della cultura orientale invece mi affascina l’idea di distacco dal mondo materiale, che viene anche dalla tradizione sufi: mentre disegno spesso ascolto musica tradizionale persiana molto antica, che in qualche modo mi aiuta a far uscire elementi persiani nei miei lavori. Mi hanno influenzato anche le prime fotografie iraniane, realizzate nell’800 durante il regno della dinastia Qajari: in queste foto si vedono uomini con i vestiti dell’epoca e con baffoni enormi, che spesso tornano anhe nei miei quadri. Mi piace prendere elementi di quel periodo dell’Iran e accostarli, per contrasto, a elementi del mondo moderno.

Come vivi questa tua doppia identità? Che rapporto hai adesso con l’Iran e con l’ambiente (culturale, sociale, umano) da cui provieni?
Non credo che la mia identità sia cambiata molto, semplicemente è più libera di esprimersi. Con l’Iran ho sempre un buon rapporto, cerco di seguire le notizie di cultura e politica. Ci sono tanti giovani artisti e musicisti molto coraggiosi che lottano per la democrazia, diffondendo le loro opere su internet. Non dimentichiamo che l’Iran è la prima nazione nel mondo per numero di blogger. Quando posso partecipo alle proteste organizzate dal movimento verde, con altri studenti iraniani. Ho ancora un blog in farsi che continuo ad aggiornare. Intanto cerco di entrare nell’ambiente dell’arte italiana, facendo anche progetti diversi che riguardano l’Italia. Penso che nelle mie opere ci saranno sempre tracce persiane, anche se un po’ nascoste, perché, quando dipingi, il cervello fa uscire in tanti modi quello che hai vissuto fino a oggi.

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