Appunti sull’Italia di oggi (in vista del 150° anniversario dell’unità)
4 maggio 2010 | scritto da Roberto |Niente di esaustivo: sono riflessioni e spunti in divenire. Un’osservazione quotidiana, che oscilla tra il contemporaneo e la memoria storica. Del resto sono nato qui e continuo a viverci. Un perché ci sarà. Forse.
Si comincia mettendo insieme dei frammenti: informazioni, letture, ascolti, a partire da Napolitano, che a Genova ricorda la partenza della spedizione dei Mille, nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia.
Italia: viene da chiedersi di che cosa si stia parlando. Tralasciando le varie dichiarazioni di provenienza leghista (basta un po’ di buon senso, e un pizzico di cultura), non mi interessa raccontare in profondità cosa possa voler dire essere italiani oggi (l’hanno già fatto – e continuano a farlo – altri, e con più competenza), mi piace raccogliere spunti, come tessere di un puzzle di cui, però, manca il disegno sulla scatola: non sappiamo a che cosa ci porteranno.
Il punto di vista, va da sé, è necessariamente soggettivo: filtrano il mio vivere questo Paese quotidianamente e la sensibilità che mi porta a curiosare in certe direzioni invece che in altre.
Torniamo a Napolitano. O, meglio, a una lettera a Napolitano. L’ha scritta Igiaba Scego ed è stata pubblicata sulle pagine de l’Unità. Inizia così:
Caro Presidente della Repubblica, sono una cittadina di questo Paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ’74, e volevo informarla che mi sto arrendendo. (…) Temo di non essere la sola a sentirmi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita.
Credo che una lettera così, molto simile nella sostanza, l’avrebbero potuta scrivere in tanti, e sicuramente in tanti ne condividono non solo i contenuti, ma l’esperienza di vita. Igiaba Scego, in seguito a questa lettera, è riuscita a incontrare Napolitano, in occasione del Primo maggio e, nel raccontarlo, ci fa sentire una spinta di ottimismo, non so quanto realisticamente condivisibile. Ma dà voce a un’idea importante: “Stare zitti equivale a morire”. Vista la situazione attuale (un quadro interessante su questo arriva da Sbilanciamoci, che utilizza 4 parametri: precarietà, disoccupazione, disuguaglianza e povertà), quello che ci possiamo portare a casa non ce lo concederà nessuno: dobbiamo prendercelo noi. Pensiamo ai come.
Perché in Italia lo scenario è, purtroppo, anche quello che descrive Alessandro Robecchi:
La famiglia, il grande valore della destra italiana. La famiglia, bene morale supremo a cui intestare appartamenti, patrimonio di affetti per cui chiedere compiacenze, raccomandazioni, piazzamenti di favore, assunzioni, prebende, candidature, contratti. Dietro le Vostre famiglie, signor ministro, ci sono le nostre famiglie, che trovano i posti migliori – che magari meriterebbero per merito – sempre occupati, perché le Vostre illustri casate sono arrivate prima, col lampeggiante e la corsia preferenziale. Mai che si trovi qualcuno di Voialtri, ministro, il cui figliuolo fa il manovale nel nord-est, o il precario stagionale, o la sciampista alla Magliana.
Allargando per un attimo lo sguardo, dalla Grecia, più precisamente dall’Acropoli di Atene, viene un invito a non ragionare solo dentro i confini nazionali: “Peoples of Europe rise up“, recita uno striscione di questi giorni di mobilitazione. Forse l’orizzonte europeo potrebbe essere il luogo migliore per portare avanti alcune battaglie – per conquistare spazi e diritti – che in Italia, oggi, ci appaiono troppo lontani. A cominciare, perché no?, dal reddito minimo garantito. (Ne parla anche Marco Rovelli, qui.)
Update: la lettera di Igiaba Scego è stata pubblicata su Minima & moralia, con una premessa, che dice:
Tag:Alessandro Robecchi, Europa, Giorgio Napolitano, Grecia, Igiaba Scego, Italia, l'Unità, precarietàMa come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal contenuto gemello. Ma la politica sul precariato non cambia. Che fare?






