Da Faenza a Capistrello in bicicletta: appunti di viaggio, Italia e spregiudicatezza
30 luglio 2010 | scritto da Roberto |
Cinque giorni sui pedali in solitaria e tre giorni di festa in compagnia, 510 km percorsi, arrosticini e Montepulciano impossibili da quantificare, soddisfazione (e pure un po’ di fama, in quel di Capistrello!) e voglia di ripartire presto attraverso l’Italia. Questi sono appunti, raccolti in audio, su carta e in testa lungo il percorso. Non sono esaustivi, qualcosa si dimentica, qualcosa resta in testa o detto a voce, perché funziona meglio così. E un grazie a tutti quelli che mi hanno dato una mano a mettermi in strada per questo viaggio: non vi nomino uno per uno, voi sapete chi siete. Buona lettura.
Ci ho ripensato mentre pedalavo, seguendo la linea della costa adriatica verso Sud, che quel pezzetto di strada che mi stava portando a Capistrello era parte di un viaggio più grande, ormai epico in mente, che quasi stava per essere dimenticato: le coste del Mediterraneo in bicicletta. Forse non a caso la lettura che mi accompagnava era proprio il Breviario mediterraneo di Matvejevic. E quel tratto fatto sulla costa è stato un assaggio parziale, un accenno della fatica e del gusto di pedalare tutto intorno al Mare nostrum, per raccoglierne gli odori, le abitudini e gli usi, i suoni e i sapori, tra differenze e tratti comuni. Per avvicinare distanze, al ritmo di una pedalata, che regala un’osservazione più lenta e partecipe, nutrita di attraversamenti e fiducie spontanee.
La prima differenza rispetto ai soliti giri, che sento già nei primi metri, passando per la piazza di Faenza deserta alle 6 di mattina, è che oggi non si torna a casa. Di solito, per quanto le uscite possano essere lunghe, hanno una circolarità costante: partono da casa e tornano a casa. Magari anche con la bici caricata sull’auto, oppure sul treno, per arrivare un po’ più in là, ma, così come si è andati, si torna. Questa volta invece si va sempre avanti. E Faenza resta alle spalle, percorrendo la via Emilia verso sud, aria fresca e poco traffico, per attraversare il centro di Forlì mentre stanno tirando su i banchi del mercato. E oltre, Forlimpopoli, Cesena, a scendere verso Rimini, attraversando centri storici che ricordo distrattamente, indovinando a intuito le strade giuste quando svolte e sensi unici deviano dalla linearità dell’Emilia. A Rimini arrivo prima del previsto, sento l’odore del mare e cerco l’imbocco per l’Adriatica. Da qui in avanti, fin sotto Pescara, il mare sarà sempre alla mia sinistra, a volte nascosto da case e strade, quando la statale tira più verso l’interno, altre ancora quasi a portata di tuffo, e a tratti verrebbe da farlo, con la bicicletta, dritti nel mare.
Le ore passano e il traffico aumenta e sembra che per i mezzi a motore le biciclette non siano altro che intralcio. Macchine e camion non hanno quasi mai la minima consapevolezza delle necessità di spazio di chi si muove in bici: per quanto a lato strada uno possa stare, la distanza a cui ti sfrecciano accanto è sempre troppo poca per sentirsi in sicurezza. I camion ti spostano. Letteralmente. E di più: sembra che una volta chiuso in una scatola di latta l’essere umano perda ogni consapevolezza di quanto spostarsi così possa essere letale. Basta un niente, una minima distrazione. Passando così tante ore consecutive su strade trafficate con un mezzo vulnerabile, questo pensiero diventa costante. L’automobile appare quasi come una follia.
Arrivano le colline marchigiane, e quella verso Pesaro è la prima salita, panino e sosta in cima, per poi scendere verso la città. Torno a pensare al traffico, che me lo sento addosso, e a chi guida, soprattutto i Suv, sempre troppi, sempre e solo in cerca di spazio da invadere con la propria arrogante mole. Come se gli italiani volessero continuare a fare ancora gli americani. E qua, tra l’altro, le strade statunitensi non ce le abbiamo mica.
Arrivo a Marotta verso le due di pomeriggio, quasi 140 km nelle gambe. Prima sosta lunga, riposo, cibo e compagnia, grazie alla famiglia di Luigi, e al piccolo Francesco, che mi racconta tutte le sue imprese sportive.
All’alba riparto passando dal lungomare, che ha un sapore buono e aiuta a stendere i muscoli per prepararsi alla seconda tappa. È anche il mio compleanno e mi regalo la solitaria di un viaggio sui pedali, che proprio oggi spingo verso Ancona, il cui porto si sente nell’aria, nelle strade, nelle facce, e più su, verso il Conero, per fermarmi a Sirolo, guardando il mare dall’alto.
L’Italia sembra essere il Paese delle sagre. Ce n’è per qualsiasi cosa, e la maggior parte di quelle di cui ho visto traccia lungo la strada sono nate a partire dalla seconda metà degli anni Novanta: sembrano cose costruite un po’ a tavolino, ecco. Dalla trippa (tra Rimini e Riccione, se non ricordo male) al basilico, dalla trebbiatura al pesce, passando per quella delle pennette alla ponterottese (che se si googla, non si trova nemmeno una ricetta ma solo articoli riferiti alla sagra) e altre che ho dimenticato o rimosso. Ci sarebbe da farne un censimento, e magari premiare la più improbabile.
All’alba, alla partenza delle tappe, incrocio tanti migranti a piedi o in bici per raggiungere il lavoro, e penso che io sono sulle stesse strade per scelta e per desiderio e quando alcune persone che incontro mi dicono che il mio viaggio è una faticaccia, penso che no, è un piacere, che la faticaccia è di quei tanti che si alzano all’alba per necessità e si vanno a spaccare la schiena tutto il giorno, magari in nero, non la mia.
Chilometro dopo chilometro, la percezione della discesa verso sud si fa più netta, cambiano, a lievi scostamenti, modi, accenti, e anche paesi e strade. Osservo case e architetture, signore che chiacchierano sui marciapiedi, sedute sulle sedie tirate fuori dalle cucine. Attraverso Porto Sant’Elpidio e pare di stare a Piazza Vittorio a Roma, tanto è pieno di botteghe di cinesi. Suona strano il contrasto con le città accanto, in cui questa presenza non è così forte o, perlomeno, così vistosa. Chissà perché.
L’ultima tappa sulla costa mi fa attraversare anche il centro di Pescara, città natale del grande Flaiano, e poi salire a Francavilla, con Sara e Graziano che sono semplicemente splendidi, nella loro bellissima casetta che in un istante fanno diventare mia, e che mi regalano parole e pensieri e percorsi condivisi, del nostro vivere sempre troppo precario, e compagnia, un’ottima cenetta di pesce e bicchieri di vino e musica (grandi Cazzirro!). E non è solo per il riposo dopo la terza giornata, 120 km pedalati in mattinata, ma per lo stare bene, immediato e condiviso, che questa sosta a Francavilla è stata la più confortante, per la testa e l’umore, a farmi tornare in strada ancor più sereno e carico. Il ciclismo per me è anche questo, non solo tecnica e gambe.
Si comincia a salire verso l’entroterra abruzzese, ed ecco Chieti e poi Bucchianico, una piccola deviazione che pago in stanchezza, fermandomi per un paio d’ore al bar Kantiere di Piano d’Orta, con la barista che mi racconta che a ottobre salirà a Bologna a vedere Vasco e chiede consigli su città e mezzi. Quando riprendo a pedalare, arrivare a Popoli è un attimo e ringrazio la mia abitudine a curiosare negli angoli nascosti delle strade, che mi fa trovare una fontana d’acqua freschissima, che sa già di montagna.
A Raiano arrivo nel pomeriggio, chiedo agli anziani sulla piazza, trovando tra loro un ex impiegato comunale che conosce tutto e tutti e mi accompagna dritto al B&b. Riposo, guardo alla tele la salita al Tourmalet, che Contador sarà pure bravo, ma continua a non piacermi troppo. Poi è il momento di mangiare, e mi aggrappo al bancone di El Encanto, pub cubano, e immagazzino zuccheri, carboidrati e proteine per l’ultima importante salita del giorno dopo, tra canzoni dei Guns n’ Roses, chili di ottima cheesecake, birra e rum.
Al mattino, la colazione porta i consigli della signora del B&b, che mi dice di passare da Goriano, così taglio un po’ di km, anche se è tosta, e qualche anno fa l’hanno fatta al Giro d’Italia. Io salgo su per quei tratti al 13%, qualche centinaio di metri fatti a piedi, che tanto si va quasi alla stessa velocità. Visito Goriano, con un signore alla fontana, “che da quando c’è stato il terremoto non si capisce più niente”. E il terremoto si vede, intorno, nelle case e nelle chiese, nei cantieri tra le stradine.
Con Goriano alle spalle, arriva l’ultima salita, su una strada quasi sempre deserta, e i 1.100 metri di Forca Caruso mi fanno svalicare e scivolare senza fatica nella Piana del Fucino, con un ciclista in rosso e bianco che mi affianca e si chiacchiera un po’, di giri per l’Italia, di montagne abruzzesi, di allenamento e resta stupito quando gli dico che sono salito da Goriano. Ad Avezzano mi do il tempo per comprare frutta da mangiare negli ultimi km, poi Cese, e infine Capistrello con gli arzibanditi che mi arrivano incontro, concerto di clacson, braccia fuori dal finestrino e io, che quasi non ci credo mica che sono arrivato.
Dell’Arzibanda, poi, è difficile dire: bisogna viverla. Belli i concerti, ottimi vino e cucina, splendida l’atmosfera e la compagnia, bellissimi loro, che questa cosa la tengono in piedi da quattordici anni. E quest’anno sono pure finiti sul Tg della Rai. E bastano meno di 24 ore per stravolgere i ritmi sani dei primi cinque giorni di viaggio, ma va benissimo così, che , in fondo, quella disciplina era calcolata giusta giusta per arrivare a godermi lo spettacolo di Capistrello invasa dalla spregiudicatezza dell’Arzibanda.
Tag:Abruzzo, Arzibanda, bicicletta, Capistrello, Cazzirro, Faenza, Goriano Sicoli, Italia







2 Responses to “Da Faenza a Capistrello in bicicletta: appunti di viaggio, Italia e spregiudicatezza”
By Noemi on lug 31, 2010 | Reply
Se si può, ti dico che era qualche giorno che aspettavo queste parole; sapevo che avresti sicuramente scritto qualcosa. Deve essere stata un’esperienza bellissima e forse, a freddo, ne scriverai ancora e con più consapevolezza, chissà. Ciao.