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Occhio alla crisi: il numero di Mumble: di giugno è in distribuzione (con un mio miniracconto)

21 giugno 2010

Si intitola Occhio alla crisi il numero di giugno di Mumble:, mensile a gratis, distribuito a Modena, Bologna, Reggio Emilia, Ferrara, Finale Emilia e Camposanto. Lo fa, da un po’ di tempo, un manipolo molto attivo di volenterosi; per questo numero, che si occupa di crisi, mi hanno chiesto un piccolo contributo narrativo.

Io ci ho messo un po’, ma ce l’ho fatta, a scrivere un miniracconto. Che trovate pubblicato qui sotto. Quanto a Mumble:, lo potete sfogliare digitalmente qui, oppure scaricare in pdf qua. E se proprio lo volete di carta, le città in cui cercarlo ve le ho elencate qui sopra.

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Trasmigrazioni 0.1 – odio memoria convivenza, in scena a Bologna il 26 giugno

18 giugno 2010

Trasmigrazioni 0.1 odio memoria convivenzaIn occasione della Giornata mondiale del rifugiato, il 26 giugno alle 21, negli spazi de La Scuderia di Piazza Verdi, arriva a Bologna Trasmigrazioni 0.1 – odio memoria convivenza, uno spettacolo fatto di musica, parole, immagini, danze, nato nel settembre 2009 a Castiadas durante Ethnicus, quinto Festival delle culture migranti.

Trasmigrazioni 0.1 arriva a Bologna nell’ambito del Progetto Regionale Emilia-Romagna Terra d’Asilo e grazie al prezioso contributo delle Associazioni Il Temporale e Quartieri in movimento, di Provincia e Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Arci Emilia-Romagna, Asp Poveri vergognosi, Sprar e Anci.

Si tratta di un concerto multimediale, multietnico, multiarte, prodotto da Pensamentus e curato da Rocco De Rosa, che, partendo da Trasmigrazioni, il progetto musicale pubblicato nel ‘96 (a cura di Rocco de Rosa, Daniele Sepe e Paolo Fresu), ha raccolto intorno a sé persone di diversa provenienza geografica e artistica. In quattro giorni di condivisione e jam session è nato questo spettacolo, che, utilizzando diversi linguaggi, riflette e fa riflettere sulla condizione del migrante, di chi è costretto ad abbandonare la propria casa e il proprio Paese per cercare rifugio altrove.

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Letteratura (di genere) e realtà: su Mary Terror e il rapimento di neonati

10 giugno 2010

Devo ammettere che ho sentito come un cortocircuito, quando ho letto la notizia di Luca Cioffi, il neonato rapito a Nocera Inferiore: è stato come vedere Mary Terror uscire dalle pagine del romanzo di McCammon, squarciando il confine tra finzione e realtà, e mettere in atto il rapimento nel mondo reale. Ora che i fatti si sono conclusi, si possono tentare alcune considerazioni fuori dall’emotività del momento.

A colpire, soprattutto la similitudine così forte nelle modalità, il travestimento, la sicurezza nel gesto e poi l’allontanamento in auto. Questi elementi, raccontati dai testimoni sotto i riflettori dei media nazionali, hanno richiamato gli stessi elementi della finzione. E quando sono venute alla luce le motivazioni della rapitrice, le connessioni con il testo si sono fatte più forti. Tralasciando (dal libro) gli elementi più horror e il discorso sul terrorismo, sulla rielaborazione (violenta) di un passato (altrettanto violento) che schiaccia ogni possibile presente, ciò che resta, il fulcro a cui anche i fatti reali ruotano intorno, è la questione della maternità.

Mary Terror e la donna di Nocera devono portare un bambino al loro uomo (che sia reale oppure idealizzato dalla distanza temporale e spaziale), entrambe dopo una gravidanza interrotta contro la loro volontà, perché così si ristabiliranno degli equilibri che loro cercano.

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Mary Terror, la rivolta impossibile alla ricerca di un riscatto

26 maggio 2010

Idee che rimbalzano in testa, ultimamente, sui ruoli sociali. Come se fosse impossibile sfuggirvi davvero. Una prima immagine: concerto di una band di combat folk, militante, in una piazza. Anzitutto loro: musica e slogan, quella musica e quegli slogan. Che sono anche bravi, (mi) piacciono (anche se il combat folk, ecco, i suoi anni migliori già li ha visti). Comunque. I ragazzini che ballano e pogano sotto al palco, bevendo vodka dalla bottiglia. Vestiti esattamente come dovrebbero essere vestiti. Poi: i poliziotti che guardano, distanti, nelle loro divise, seduti nelle camionette o appoggiati ai Defender. Ancora: coppie di una certa età, passeggiano lontano, si fermano, guardano, passano oltre, con una giacchetta magari buttata sulla spalla, magari con la bici a mano. Fine dell’immagine: un concentrato di convenzioni sociali.

Non faccio sociologia (non è il mio campo, non mi permetterei): osservo. E, spesso, vedo questo. Un conformismo che sembra necessario. Ma dove sono le sue radici?

La seconda immagine è un libro. Anzi due, perché quello di cui voglio parlare me ne ha fatto tornare in mente un altro, di cui ho già parlato. E questi libri hanno qualcosa a che vedere con il tentativo di rintracciare le radici di un certo oggi, perché parlano di storie di alcuni anni fa. Il primo, quello di cui ho già scritto, racconta una storia vera, il terrorismo della RAF, e il suo fallimento.

MaryTerror  <em>Mary Terror</em>, la rivolta impossibile alla ricerca di un riscattoIl secondo, Mary Terror di Robert McCammon (Gargoyle Books), è finzione, ma morde una realtà precisa: la morte del Sogno americano, scavallando la fine di quegli anni ’80 targati USA, inghiottiti da yuppies, carte di credito, Ronald Reagan. In Italia, sulla tv commerciale, spopolava il Drive In e basta guardarsi intorno per capire che le radici di questo nostro presente sono anche (e tanto) lì. Mary Terror parla di impossibilità, di fallimento, di conformismo. Anche di follia, una follia allucinata e assassina (utopia che si fa, necessariamente, distopica) che in questa sua degenerazione vorrebbe chiamare una forma di fuga dal conformismo, come se fosse l’unica uscita possibile. Cucito addosso sulle cicatrici (e sui cadaveri che si lascia dietro) il rigore cieco di un voto a un’ortodossia di cui non si vuole accettare l’inconsistenza, pena un ulteriore stadio di follia. Pena il fallimento di ogni possibilità di vita.

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Quando di carcere si muore: intervista a Luca Cardinalini, autore di Impìccati

21 maggio 2010

Di carcere forse si parla spesso, ma nella maggior parte dei casi sono i numeri a essere al centro dell’attenzione, più che le storie dei singoli individui. Quando sono i nomi a trovare spazio nelle cronache, di solito è per episodi particolarmente drammatici, quando qualcuno muore e, quasi sempre grazie alla forza e al coraggio dei familiari, la sua storia riesce a uscire dal silenzio. Altrimenti si trova forse una breve, in qualche pagina interna, poco più. Come avviene per i suicidi in carcere, già 26 dall’inizio di quest’anno.

I numeri non dicono tutto, ma qualche dato, però, può aiutare a mettere a fuoco il problema. Al 30 aprile 2010, i detenuti delle carceri italiane erano 67.444 (Fonte: Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ovvero il 56% in più rispetto alla capienza delle strutture carcerarie (Fonte: Comunità di Sant’Egidio). Questa condizione fa sì che quasi nessun carcere italiano rispetti i criteri minimi indicati dall’art. 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo.

Che la situazione sia critica è sotto gli occhi di tutti, che la soluzione non possa essere esclusivamente la repressione e la detenzione in condizioni di forte disagio, non è però altrettanto chiaro. Anche perché la pena detentiva dovrebbe preparare un percorso di reinserimento per chi la sconta. E, intanto, di carcere si muore. Lo raccontano dal 2000, con il dossier annuale Morire di carcere, quelli di Ristretti Orizzonti, rivista nata all’interno della Casa di Reclusione di Padova e dall’Istituto di Pena Femminile della Giudecca.

E lo racconta Luca Cardinalini in Impìccati. Storie di morte nelle prigioni italiane (DeriveApprodi, 2010), libro che raccoglie le storie di otto persone, entrate vive in carcere ed uscite senza vita: Aldo Bianzino, Diana Blefari, Luigi Acquaviva, Sami Mbarka Ben Gargi, Stefano Frapporti, Camillo Valentini, Niki Aprile Gatti, Stefano Cucchi. Su queste storie e sulla situazione carceraria, l’autore ha risposto ad alcune domande.

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