26 maggio 2010
Idee che rimbalzano in testa, ultimamente, sui ruoli sociali. Come se fosse impossibile sfuggirvi davvero. Una prima immagine: concerto di una band di combat folk, militante, in una piazza. Anzitutto loro: musica e slogan, quella musica e quegli slogan. Che sono anche bravi, (mi) piacciono (anche se il combat folk, ecco, i suoi anni migliori già li ha visti). Comunque. I ragazzini che ballano e pogano sotto al palco, bevendo vodka dalla bottiglia. Vestiti esattamente come dovrebbero essere vestiti. Poi: i poliziotti che guardano, distanti, nelle loro divise, seduti nelle camionette o appoggiati ai Defender. Ancora: coppie di una certa età, passeggiano lontano, si fermano, guardano, passano oltre, con una giacchetta magari buttata sulla spalla, magari con la bici a mano. Fine dell’immagine: un concentrato di convenzioni sociali.
Non faccio sociologia (non è il mio campo, non mi permetterei): osservo. E, spesso, vedo questo. Un conformismo che sembra necessario. Ma dove sono le sue radici?
La seconda immagine è un libro. Anzi due, perché quello di cui voglio parlare me ne ha fatto tornare in mente un altro, di cui ho già parlato. E questi libri hanno qualcosa a che vedere con il tentativo di rintracciare le radici di un certo oggi, perché parlano di storie di alcuni anni fa. Il primo, quello di cui ho già scritto, racconta una storia vera, il terrorismo della RAF, e il suo fallimento.
Il secondo, Mary Terror di Robert McCammon (Gargoyle Books), è finzione, ma morde una realtà precisa: la morte del Sogno americano, scavallando la fine di quegli anni ’80 targati USA, inghiottiti da yuppies, carte di credito, Ronald Reagan. In Italia, sulla tv commerciale, spopolava il Drive In e basta guardarsi intorno per capire che le radici di questo nostro presente sono anche (e tanto) lì. Mary Terror parla di impossibilità, di fallimento, di conformismo. Anche di follia, una follia allucinata e assassina (utopia che si fa, necessariamente, distopica) che in questa sua degenerazione vorrebbe chiamare una forma di fuga dal conformismo, come se fosse l’unica uscita possibile. Cucito addosso sulle cicatrici (e sui cadaveri che si lascia dietro) il rigore cieco di un voto a un’ortodossia di cui non si vuole accettare l’inconsistenza, pena un ulteriore stadio di follia. Pena il fallimento di ogni possibilità di vita.
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