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	<title>Festina lente &#187; Giuseppe Capotondi</title>
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	<description>&#34;Più leggero è il bagaglio, più lontano si arriva.&#34; (R. Kapuscinski)</description>
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		<title>Fuori fuoco o della fragilità umana</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 01:14:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[fragilità]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Capotondi]]></category>
		<category><![CDATA[La doppia ora]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto quel fuori fuoco, quella profondità di campo giocata in spazi ristretti, costantemente in movimento, sul qui, sul poco più lontano, altrove. Importa che nella parte centrale del film quello che accade siano proiezioni di una mente in coma? Forse no. Non se il nostro punto di interesse è l&#8217;umano, il suo esplorarsi, il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto quel fuori fuoco, quella profondità di campo giocata in spazi ristretti, costantemente in movimento, sul qui, sul poco più lontano, altrove. Importa che nella parte centrale del film quello che accade siano proiezioni di una mente in coma? Forse no. Non se il nostro punto di interesse è l&#8217;umano, il suo esplorarsi, il suo possibile.</p>
<p>Al di là di considerazioni prettamente cinematografiche &#8211; non sono un cinefilo, troppo distratto e scostante per potermi arrogare un qualche diritto di critica in questo senso &#8211; <em>La doppia ora</em> ti arriva addosso, ti mette di fronte a una fragilità estremamente umana, fatta di debolezze, fiducie, azioni. E, sì, il film cambia scenari e prospettive per andare infine a ricercare una spiegazione logica: non l&#8217;unica possibile, certo. Una tra le tante. Che comunque porta a un finale per niente consolatorio. E se la tensione creata ad arte nella prima parte del film resta un po&#8217; come sospesa, a un primo sguardo, in realtà il trovare una linearità comprensibile non diminuisce la forza &#8211; la violenza, quasi &#8211; dell&#8217;umanità messa in scena.</p>
<p>C&#8217;è qualcosa di doloroso. Nelle proiezioni da coma di Sonia, nell&#8217;approccio (quasi) disperato di Guido, nella scelte che compiono. Ma è una tensione vera, credibile, che si gioca su elementi reali che la mente può ricombinare in diverse direzioni. E qui il costante fuori fuoco che costringe lo spettatore a spostare lo sguardo, a seguire tracce non necessariamente evidenti, a evidenziare particolari, serve perfettamente alla rappresentazione allo stesso tempo distante e partecipata di un umano che potrebbe essere noi, che lo osserviamo sullo schermo, seduti in poltrona. Ma è della fragilità, dell&#8217;istante che ti chiude fuori, e anche di quella banalità del male su cui però si lasciano scalfire tracce di sensibilità.</p>
<p>Narrazioni di umanità, appunti sparsi e a caldo di un non cinefilo, cementati da un bicchiere di vodka e rubati a un sonno che spinge addosso per chiudere questa ennesima notte.</p>
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