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	<title>Festina lente &#187; lingua italiana</title>
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	<description>&#34;Più leggero è il bagaglio, più lontano si arriva.&#34; (R. Kapuscinski)</description>
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		<title>Per difesa e per amore: Gian Luigi Beccaria e la lingua italiana oggi</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 02:06:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[L'archivio del venerdì]]></category>
		<category><![CDATA[analfabetismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Luigi Beccaria]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa settimana recupero un articolo, sempre pubblicato su Sette sere (ma di cui non ricordo la data) che parla della lingua italiana. Della necessità di conoscerla e usarla correttamente. Che si tratti di una questione sempre di grande attualità, mi è stato confermato da alcune notizie lette negli ultimi giorni: la prima la segnala Luisa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><em>Questa settimana recupero un articolo, sempre pubblicato su <a href="http://www.settesere.it" target="_blank">Sette sere</a> (ma di cui non ricordo la data) che parla della lingua italiana. Della necessità di conoscerla e usarla correttamente. Che si tratti di una questione sempre di grande attualità, mi è stato confermato da alcune notizie lette negli ultimi giorni: la prima la <a href="http://mestierediscrivere.splinder.com/post/23341167/italiano-allarmi-di-inizio-anno" target="_blank">segnala Luisa Carrada</a>, riprendendo articoli del Corriere della sera sulle difficoltà che gli studenti che escono dalle superiori hanno nell&#8217;uso della loro lingua; la seconda è un <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/29/lignoranza-degli-italiani/65755/" target="_blank">articolo de Il Fatto Quotidiano</a>, in cui il linguista Tullio De Mauro sostiene che &#8220;</em><em>soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede  gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo  necessari per orientarsi in una società contemporanea</em><em>&#8220;. Con altre suggestioni, su questi argomenti avevo già scritto <a href="http://festinalente.ztl.eu/2008/02/07/italiani-analfabeti-la-catastrofe-e-inevitabile/">qualche appunto</a>.</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Le parole. Parole che costituiscono il tessuto vivo di una lingua. Parole che spesso sono abusate, violentate, svuotate del loro significato vero, travisate. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Per conoscere una lingua bisogna amarla e per amarla ci vuole una passione quotidiana, passione che non può che nascere dalla frequentazione del testo letterario, dalla comprensione dei suoi segni e significati. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">Questo è quanto ci racconta Gian Luigi Beccaria, nell&#8217;ultimo capitolo – significativamente intitolato </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">Antidoti</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"> – del suo </span></span></span><a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?CPID=2100&amp;page=visu_libro" target="_blank"><span><em><span style="font-weight: normal;">Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi</span></em></span></a><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, testo uscito circa un anno fa per l&#8217;editore Garzanti.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Un libro fondamentale per chi ha a cuore le sorti della nostra bellissima lingua: spesso forse non ce ne rendiamo nemmeno più conto, sentendocela sempre intorno, spesso maltrattata e abusata, svilita da un linguaggio televisivo o acriticamente anglofono o ancora artificialmente tecnico.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span><span id="more-746"></span></span><span>Poche settimane fa mi è capitato di chiacchierare con due ragazzi serbi che hanno scelto l&#8217;Italia come loro seconda patria e non finivano di raccontarmi quanto nella nostra lingua abbiano trovato una ricchezza espressiva e semantica senza paragoni nelle altre. E la stanno studiando a fondo. Viene da pensare che forse saranno gli stranieri a salvarlo, l&#8217;italiano. Senza trascurare l&#8217;apporto che possono portare all&#8217;evoluzione della lingua: come ci ricorda Beccaria, “ogni posizione rigorosamente purista è linguisticamente e culturalmente improduttiva. (&#8230;) Non è possibile isolare un momento in cui l&#8217;italiano sia stato &#8216;puro&#8217;. Cosa vuol dire puro? Esser misti è un pregio non un difetto.”</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Le quasi 400 pagine fitte di parole e pensieri sono, come dice il titolo, un atto d&#8217;amore totale e allo stesso tempo un richiamo alla difesa – al di là di ogni sterile purismo, come già scritto – soprattutto nei confronti della civiltà dell&#8217;immagine: l&#8217;immediatezza e la velocità di una comunicazione quasi esclusivamente visiva stanno riducendo sempre più gli spazi di approfondimento e di impegno (che è assunzione di responsabilità) che solo il rapporto con la parola scritta può dare. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>A partire dalla scuola che, forse troppo concentrata su un approccio pratico legato a prospettive lavorative, non insegna più ad amare la lettura, a comprendere davvero i testi, a scrivere.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Ma difesa anche nei confronti del troppo detto, degli stereotipi linguistici che sono stereotipi concettuali, delle frasi fatte. Un&#8217;esortazione a usare meno parole, ma migliori.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>In sei capitoli, lo storico della lingua ci racconta la situazione dell&#8217;italiano oggi, analizzandone il rapporto con i linguaggi tecnici e legati alle nuove tecnologie, con la pervasività dell&#8217;inglese (che spesso però ci riporta parole di origine latina o greca), con le parlate giovanili e locali, con i dialetti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">Analisi approfondite, aneddoti, curiosità. A volte semplicemente ci svela nel loro senso reale espressioni che usiamo quotidianamente, lasciandoci con una consapevolezza nuova e un senso critico più forte. E non solo se preferiamo una riunione a un </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">briefing</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"> o non sopportiamo l&#8217;uso (scorretto!) di “piuttosto che” in semplice funzione disgiuntiva&#8230;</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">E, come Beccaria dice in una nota, finché ci terremo la parola </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">leader</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, qualche bolognese la pronuncerà </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">leder</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, ladro. E questo, forse, qualcosa vorrà pur dire.</span></span></span></p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Le parole. Parole che costituiscono il tessuto vivo di una lingua. Parole che spesso sono abusate, violentate, svuotate del loro significato vero, travisate. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Per conoscere una lingua bisogna amarla e per amarla ci vuole una passione quotidiana, passione che non può che nascere dalla frequentazione del testo letterario, dalla comprensione dei suoi segni e significati. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">Questo è quanto ci racconta Gian Luigi Beccaria, nell&#8217;ultimo capitolo – significativamente intitolato </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">Antidoti</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"> – del suo </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, testo uscito circa un anno fa per l&#8217;editore Garzanti.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Un libro fondamentale per chi ha a cuore le sorti della nostra bellissima lingua: spesso forse non ce ne rendiamo nemmeno più conto, sentendocela sempre intorno, spesso maltrattata e abusata, svilita da un linguaggio televisivo o acriticamente anglofono o ancora artificialmente tecnico.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Poche settimane fa mi è capitato di chiacchierare con due ragazzi serbi che hanno scelto l&#8217;Italia come loro seconda patria e non finivano di raccontarmi quanto nella nostra lingua abbiano trovato una ricchezza espressiva e semantica senza paragoni nelle altre. E la stanno studiando a fondo. Viene da pensare che forse saranno gli stranieri a salvarlo, l&#8217;italiano. Senza trascurare l&#8217;apporto che possono portare all&#8217;evoluzione della lingua: come ci ricorda Beccaria, “ogni posizione rigorosamente purista è linguisticamente e culturalmente improduttiva. (&#8230;) Non è possibile isolare un momento in cui l&#8217;italiano sia stato &#8216;puro&#8217;. Cosa vuol dire puro? Esser misti è un pregio non un difetto.”</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Le quasi 400 pagine fitte di parole e pensieri sono, come dice il titolo, un atto d&#8217;amore totale e allo stesso tempo un richiamo alla difesa – al di là di ogni sterile purismo, come già scritto – soprattutto nei confronti della civiltà dell&#8217;immagine: l&#8217;immediatezza e la velocità di una comunicazione quasi esclusivamente visiva stanno riducendo sempre più gli spazi di approfondimento e di impegno (che è assunzione di responsabilità) che solo il rapporto con la parola scritta può dare. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>A partire dalla scuola che, forse troppo concentrata su un approccio pratico legato a prospettive lavorative, non insegna più ad amare la lettura, a comprendere davvero i testi, a scrivere.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Ma difesa anche nei confronti del troppo detto, degli stereotipi linguistici che sono stereotipi concettuali, delle frasi fatte. Un&#8217;esortazione a usare meno parole, ma migliori.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>In sei capitoli, lo storico della lingua ci racconta la situazione dell&#8217;italiano oggi, analizzandone il rapporto con i linguaggi tecnici e legati alle nuove tecnologie, con la pervasività dell&#8217;inglese (che spesso però ci riporta parole di origine latina o greca), con le parlate giovanili e locali, con i dialetti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">Analisi approfondite, aneddoti, curiosità. A volte semplicemente ci svela nel loro senso reale espressioni che usiamo quotidianamente, lasciandoci con una consapevolezza nuova e un senso critico più forte. E non solo se preferiamo una riunione a un </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">briefing</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"> o non sopportiamo l&#8217;uso (scorretto!) di “piuttosto che” in semplice funzione disgiuntiva&#8230;</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">E, come Beccaria dice in una nota, finché ci terremo la parola </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">leader</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, qualche bolognese la pronuncerà </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">leder</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, ladro. E questo, forse, qualcosa vorrà pur dire.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Le parole. Parole che costituiscono il tessuto vivo di una lingua. Parole che spesso sono abusate, violentate, svuotate del loro significato vero, travisate. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Per conoscere una lingua bisogna amarla e per amarla ci vuole una passione quotidiana, passione che non può che nascere dalla frequentazione del testo letterario, dalla comprensione dei suoi segni e significati. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">Questo è quanto ci racconta Gian Luigi Beccaria, nell&#8217;ultimo capitolo – significativamente intitolato </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">Antidoti</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"> – del suo </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, testo uscito circa un anno fa per l&#8217;editore Garzanti.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Un libro fondamentale per chi ha a cuore le sorti della nostra bellissima lingua: spesso forse non ce ne rendiamo nemmeno più conto, sentendocela sempre intorno, spesso maltrattata e abusata, svilita da un linguaggio televisivo o acriticamente anglofono o ancora artificialmente tecnico.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Poche settimane fa mi è capitato di chiacchierare con due ragazzi serbi che hanno scelto l&#8217;Italia come loro seconda patria e non finivano di raccontarmi quanto nella nostra lingua abbiano trovato una ricchezza espressiva e semantica senza paragoni nelle altre. E la stanno studiando a fondo. Viene da pensare che forse saranno gli stranieri a salvarlo, l&#8217;italiano. Senza trascurare l&#8217;apporto che possono portare all&#8217;evoluzione della lingua: come ci ricorda Beccaria, “ogni posizione rigorosamente purista è linguisticamente e culturalmente improduttiva. (&#8230;) Non è possibile isolare un momento in cui l&#8217;italiano sia stato &#8216;puro&#8217;. Cosa vuol dire puro? Esser misti è un pregio non un difetto.”</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Le quasi 400 pagine fitte di parole e pensieri sono, come dice il titolo, un atto d&#8217;amore totale e allo stesso tempo un richiamo alla difesa – al di là di ogni sterile purismo, come già scritto – soprattutto nei confronti della civiltà dell&#8217;immagine: l&#8217;immediatezza e la velocità di una comunicazione quasi esclusivamente visiva stanno riducendo sempre più gli spazi di approfondimento e di impegno (che è assunzione di responsabilità) che solo il rapporto con la parola scritta può dare. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>A partire dalla scuola che, forse troppo concentrata su un approccio pratico legato a prospettive lavorative, non insegna più ad amare la lettura, a comprendere davvero i testi, a scrivere.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>Ma difesa anche nei confronti del troppo detto, degli stereotipi linguistici che sono stereotipi concettuali, delle frasi fatte. Un&#8217;esortazione a usare meno parole, ma migliori.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal; font-weight: normal;"><span>In sei capitoli, lo storico della lingua ci racconta la situazione dell&#8217;italiano oggi, analizzandone il rapporto con i linguaggi tecnici e legati alle nuove tecnologie, con la pervasività dell&#8217;inglese (che spesso però ci riporta parole di origine latina o greca), con le parlate giovanili e locali, con i dialetti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">Analisi approfondite, aneddoti, curiosità. A volte semplicemente ci svela nel loro senso reale espressioni che usiamo quotidianamente, lasciandoci con una consapevolezza nuova e un senso critico più forte. E non solo se preferiamo una riunione a un </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">briefing</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"> o non sopportiamo l&#8217;uso (scorretto!) di “piuttosto che” in semplice funzione disgiuntiva&#8230;</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">E, come Beccaria dice in una nota, finché ci terremo la parola </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">leader</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, qualche bolognese la pronuncerà </span></span></span><span><em><span style="font-weight: normal;">leder</span></em></span><span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;">, ladro. E questo, forse, qualcosa vorrà pur dire.</span></span></span></p>
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		<title>Il silenzio degli innocenti: media e razzismo</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 17:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In genere potremmo essere portati a pensare che l&#8217;istigazione razzista, il primo conato da cui parte la caccia al diverso (che dai quotidiani gesti di insofferenza e disprezzo arriva fino ai roghi dei campi e alle feroci aggressioni ai migranti) provenga da capipopolo dichiaratamente xenofobi e violenti, se non nei fatti, nel linguaggio. Utilizzando l&#8217;espressione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In genere potremmo essere portati a pensare che l&#8217;istigazione razzista, il primo conato da cui parte la caccia al diverso (che dai quotidiani gesti di insofferenza e disprezzo arriva fino ai roghi dei campi e alle feroci aggressioni ai migranti) provenga da capipopolo dichiaratamente xenofobi e violenti, se non nei fatti, nel linguaggio.</p>
<p>Utilizzando l&#8217;espressione <a href="http://festinalente.ztl.eu/2008/09/26/razzismo-democratico/" target="_blank">&#8220;razzismo democratico</a>&#8220;, Giuseppe Faso ci ha già dimostrato quanto sia fuorviante questa visione: spesso non è chi usa toni forti e frasi che incitano all&#8217;odio il principale responsabile della deriva razzista e intollerante di questo Paese, soprattutto perché si rivolge a una nicchia in cui certe idee sono già ben radicate, purtroppo. Il problema è quando sui media e in politica (e, di conseguenza, nella società) vengono utilizzate parole e concetti ambigui che contribuiscono ad allargare lo spazio per il razzismo in una fetta sempre più ampia di popolazione.</p>
<p>Le parole sono quindi linea di trincea su cui lavorare per riconquistare l&#8217;uso di un linguaggio corretto, ma rischia di essere un&#8217;impresa davvero difficile, se a istigare e mistificare, dando immagini volutamente distorte, sono giornalisti e testate verso le quali nessuno sarebbe portato a nutrire sospetti di razzismo e xenofobia. Eppure.</p>
<p>Sotto il titolo <em>Il silenzio degli innocenti &#8211; Materiali per la negoziazione di un&#8217;immagine meno infamante degli immigrati, dei rom e dei sinti</em>, è proprio Giuseppe Faso che, per Giornalisti contro il razzismo, raccoglie e analizza criticamente due esempi di questa tendenza: <a href="http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1589.html" target="_blank">una risposta di Corrado Augias a una lettrice de la Repubblica</a> e <a href="http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1590.html" target="_blank">un articolo di Luca Ricolfi su La Stampa a proposito di immigrati e criminalità</a>.</p>
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		<title>Razzismo democratico</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 07:58:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bifo]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti! (Nanni Moretti in Palombella rossa) Ci siamo ormai talmente abituati che non ci facciamo più caso, le sentiamo ogni giorno in televisione e sulla bocca di tutti mentre prendiamo il caffè o facciamo la spesa, le leggiamo quotidianamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti! (Nanni Moretti in </em>Palombella rossa<em>)</em></p>
<p>Ci siamo ormai talmente abituati che non ci facciamo più caso, le sentiamo ogni giorno in televisione e sulla bocca di tutti mentre prendiamo il caffè o facciamo la spesa, le leggiamo quotidianamente sui giornali e sono così entrate dentro di noi, nel nostro uso, individuale e collettivo, che nemmeno ci interroghiamo più sul loro reale significato e su quello che portano con sé.</p>
<p>Le parole. Le parole sbagliate per definire le cose e le situazioni, le parole sbagliate per raccontare un mondo che continua a cambiare sempre troppo in fretta rispetto alla nostra capacità di metabolizzazione. I media, ancora una volta, cassa di risonanza, standardizzazione del banale, del detto male, del superficiale, abusando di un linguaggio svuotato di significati, incapaci di sguardo critico. Siamo parlati da un linguaggio che non comprendiamo più, <a href="http://article.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2222" target="_blank">scriveva Bifo in un suo intervento in rete</a>, e io aggiungerei che questa lingua è svuotata, abbruttita, incapace di dire, afasica: suoni e stereotipi che rimbalzano tra tv giornali e internet a veicolare immagini sempre identiche e categorie riduttive, semplicistiche.</p>
<p><a href="http://www.booksblog.it/post/1935/la-lingua-italiana-oggi" target="_blank">Gian Luigi Beccaria scriveva</a> che dobbiamo difenderci dall&#8217;abuso della lingua, dalle frasi fatte, dalle espressioni preconfenzionate a uso mediatico. Riguadagnare il silenzio e con esso il senso reale delle parole. Perché un linguaggio povero è sintomo di un pensiero povero. Non solo: ha conseguenze sociali.</p>
<p>Scrive Giuseppe Faso, a proposito dell&#8217;utilizzo (mediatico e politico) della parola &#8216;degrado&#8217;: “non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un conflitto che per ridisegnare il mondo dei valori trasforma, impoverisce e mistifica l&#8217;uso delle parole. Sarebbe bene rendersene conto, decidere da che parte stare, e come contribuire alla negoziazione del linguaggio, visto che i suoi effetti ricadono sulla regolazione delle pratiche sociali”.</p>
<p>Queste frasi vengono da un libro importante per capire quello che sta succedendo, questo slittamento semantico che è anche slittamento sociale, politico, modificazione della realtà. Il testo si intitola <em>Lessico del razzismo democratico</em> ed è stato pubblicato da <a href="http://www.deriveapprodi.org/" target="_blank">DeriveApprodi</a> nel marzo di quest&#8217;anno. Tante voci, da &#8216;albanesi&#8217; a &#8216;vu cumprà&#8217;, passando per &#8216;badanti&#8217; e &#8216;democrazia&#8217;, &#8216;integrazione&#8217; e &#8216;politicamente corretto&#8217;.</p>
<p>Ma è più efficace affidarsi direttamente alle parole di Faso che, alla voce &#8216;sicurezza&#8217;, scrive: “Marcello Maneri ci ha mostrato come il panico morale (&#8230;) è un dispositivo che trasforma l&#8217;insicurezza di origine esistenziale (mancanza di &#8216;security&#8217;) e l&#8217;incertezza cognitiva (mancanza di &#8216;certainty&#8217;) in allarme per la mancanza di sicurezza personale (&#8216;safety&#8217;). Si tratta di un imbroglio, perché le fonti più oscure della nostra insicurezza vengono rimosse, e si dà un volto concreto al nemico-estraneo che (&#8230;) viene individuato come portatore di pericolo”. Parole usate con consapevole colpevolezza, quindi. E non solo da chi ha smanie autoritarie o repressive ma anche da chi, appunto, si definisce con convinzione <em>democratico</em>, mascherando dietro a scelte lessicali scorrette o irresponsabili il razzismo ormai non più latente della nostra società ogni giorno più chiusa e avvelenata.</p>
<p>Su Carmilla, <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002440.html#002440" target="_blank">alcune</a> <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2008/03/002578.html#002578" target="_blank">voci</a> del libro e <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2008/06/002693.html#002693" target="_blank">un&#8217;intervista a Giuseppe Faso</a>.</p>
<p><em>Pubblicato sul settimanale <a href="http://www.settesere.it">Sette sere</a> del 26 settembre 2008</em></p>
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		<title>Italiani analfabeti: la catastrofe è inevitabile</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 10:23:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[analfabetismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Luigi Beccaria]]></category>
		<category><![CDATA[grammatica]]></category>
		<category><![CDATA[lingua italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo deciso di utilizzare la citazione da Il liberismo ha i giorni contati dall&#8217;ultimo album dei Baustelle per scrivere della necessità di una scelta consapevole di non voto alle prossime elezioni politiche di aprile, ma una notizia degli ultimi giorni ha monopolizzato la mia attenzione. Perché prima che politico, il problema è culturale. Sull&#8217;astensione scriverò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo deciso di utilizzare la citazione da <em>Il liberismo ha i giorni contati</em> dall&#8217;ultimo album dei Baustelle per scrivere della necessità di una scelta consapevole di non voto alle prossime elezioni politiche di aprile, ma una notizia degli ultimi giorni ha monopolizzato la mia attenzione. Perché prima che politico, il problema è culturale. Sull&#8217;astensione scriverò a breve.</p>
<p>Che la situazione di questo Paese fosse tragica lo sapevamo già bene, ma la lettura dell&#8217;articolo di Smargiassi su Repubblica, <a href="http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti.html" target="_blank"><em>Nell&#8217;Italia dei laureati che non sanno scrivere</em></a>, ci tuffa nello sconforto più profondo: oltre a raccontarci che la maggior parte degli italiani non è in grado di leggere e comprendere un testo complesso, ci dice anche che gli abitanti del fu Bel Paese non sanno nemmeno scrivere decentemente, che confondono significanti simili che portano significati diversi, che usano un lessico povero, banale, riempito di frasi fatte e luoghi comuni.</p>
<p>E&#8217; una disfatta. Che parte dalla scuola, incapace di insegnare a leggere e capire e tanto meno a scrivere, per arrivare all&#8217;università in cui gli studenti affrontano test di lingue straniere ma nessuna verifica sulla conoscenza della propria lingua. E i risultati si vedono e si sentono quotidianamente.</p>
<p>Citare il Nanni Moretti di <a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Palombella_rossa" target="_blank"><em>Palombella Rossa</em></a> è fin troppo scontato. Forse sarebbe meglio &#8211; per chi è ancora in grado di comprenderlo&#8230; &#8211; leggere un testo come quello di Gian Luigi Beccaria, <a href="http://www.booksblog.it/post/1935/la-lingua-italiana-oggi" target="_blank"><em>Per difesa e per amore</em></a>: perché la povertà di linguaggio è sintomo di una povertà di pensiero. Senza parole e senza una grammatica corretta non si arriva da nessuna parte.</p>
<blockquote><p>Si è contagiati dal già troppo detto o troppo scritto, le parole perdono in precisione e vitalità, si è da esse parlati, si comincia a ottundere la capacità di discernimento tra ciò che conta e ciò che è superfluo, tra ciò che è mezzo, mercanzia, e ciò che è sostanza. <em>(G. L. Beccaria, p. 18)</em></p></blockquote>
<p>Anche se per i laureati in questione si preferisce il termine &#8216;illetterati&#8217;, la sostanza non cambia. E il problema sta molto più in profondità di un &#8216;po&#8221; scritto con l&#8217;accento o dell&#8217;uso barbaro di &#8216;piuttosto che&#8217; in semplice funzione disgiuntiva (errori per cui la mia militanza per una grammatica corretta vorrebbe l&#8217;introduzione del reato!).</p>
<p>Gli italiani sono parlati da una lingua che non conoscono né comprendono più bene: questo è il dramma. E anche se negli ultimi anni si è tornato a parlare di ritorno alla scrittura (grazie alla rete, agli sms&#8230;) basta qualche esempio per rendersi conto che è una forma di scrittura a cui quasi sempre mancano le basi, che si improvvisa su di un nulla dettato più dalle regole del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Text_on_9_keys" target="_blank">T9</a> che dalla consapevolezza di quello che si scrive.</p>
<p>Questa è la situazione. Culturale, sì, ma necessariamente politica, <a href="http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureati-analfabeti/ignoranza-collettiva/ignoranza-collettiva.html" target="_blank">come ci ricorda Bartezzaghi</a> in chiusura della sua riflessione:</p>
<blockquote><p>La crisi politica in corso &#8211; a seguirla lungo le sue linee-guida linguistiche, semiotiche e logiche &#8211; non dimostra innanzitutto, e profondamente, quanto siamo ignoranti &#8211; nel doppio senso di insipienti e di inconseguenti &#8211; , tutti?</p></blockquote>
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