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	<title>Festina lente &#187; Marco Rovelli</title>
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	<description>&#34;Più leggero è il bagaglio, più lontano si arriva.&#34; (R. Kapuscinski)</description>
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		<title>Un male troppo umano</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2008 07:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[banalità]]></category>
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		<category><![CDATA[male]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“E&#8217; dunque nell&#8217;animo umano che vanno cercate le origini e la natura del male, per comprendere perché e come nasca nell&#8217;uomo l&#8217;idea o la pulsione di fare del male, piuttosto che del bene, al suo prossimo.” Così Fejtö, che si interroga sul male nel corso della storia nel volume <em>Dio, l&#8217;uomo e il diavolo</em>, un percorso che parte dall&#8217;analisi dell&#8217;Antico Testamento per snodarsi via via sul corso dei secoli, raccontando del Diavolo e del male nell&#8217;era cristiana, dagli Atti degli Apostoli a Lutero, per risalire poi verso tempi a noi più vicini, con le problematiche storiche, sociali e politiche del diciannovesimo e ventesimo secolo, arrivando fino ai nostri giorni.</p>
<p>Cammino di una mente lucida che si interroga sulla figura del Diavolo nella nostra storia, arrivando a sostenere che “non esista come figura opposta e rivale a Dio, ma che esso &#8216;esista&#8217; tuttavia come metafora, come mito, come capro espiatorio delle colpe e dei peccati che l&#8217;uomo non può e non vuole confessare.” Ma il Diavolo è presente anche come tecnica politica tipica del fanatismo che, demonizzando l&#8217;avversario, legittima l&#8217;odio e la violenza che si prova nei suoi confronti: un modo di agire che conosciamo bene e che in questo Paese sembra continuare a pagare.</p>
<p>Ma sono tanti i percorsi in cui il male si declina nel mondo, a cominciare dalla percezione di un&#8217;apocalisse incombente, nella sua possibilità più distruttiva. Sono le immagini quotidiane di Iraq e Afghanistan e Palestina (e decine di altre aree del mondo che non arrivano sui nostri schermi), guerre in cui la retorica di contrapposizione tra buoni (con Dio dalla loro) e asse del male si inserisce perfettamente nell&#8217;uso utilitaristico della figura diabolica descritto da Fejtö.</p>
<p>Totalitarismi in nuove forme si impongono in maniera differente rispetto a quelli del Novecento, ma sempre fondati sull&#8217;alleanza tra grande capitale e plebe, come spiegava Hannah Arendt: si perde l&#8217;autocoscienza (di classe, di appartenenza&#8230;) e resta solo massa, tenuta in scacco sul terreno scivoloso di un&#8217;esistenza sempre più precaria da discorsi sempre più semplificati, rozzi e livellati sul tornaconto individuale immediato. Questa esistenza banalizzata, svuotata di profondità, di complessità, è forse uno dei mali più grandi di questi anni. E anche in questo caso arriva la demonizzazione: è il diverso, il migrante, a fare da capro espiatorio, per finire disprezzato, aggredito, espulso.</p>
<p>E ribaltando le parole si può parlare di <em>male della banalità</em>: “ultimo scalino della degradazione dello Spettacolo, degradazione etica ed estetica”, <a href="http://alderano.splinder.com/post/16748008/" target="_blank">scrive Marco Rovelli</a>, parlando di un trionfo del kitsch in cui la perdita del senso del ridicolo (individuale e collettivo)  altro non è che il toccare il fondo. Ma fondo sempre relativo, mai realmente in fondo.</p>
<p>Abitiamo un “tempo penultimo”, per riprendere la definizione di Origene attualizzata da Marco Belpoliti nelle ultime pagine del suo <em>Crolli</em>, non ci troviamo di fronte alla fine – dell&#8217;uomo, della storia&#8230; &#8211; ma in “un tempo della fine che non finisce di finire”. Un lento trascinarsi verso il kitsch che sta man mano saturando e, così, svuotando di senso i canali di comunicazione, i territori della cultura e della politica.</p>
<p>Di fronte a questo la risposta sincretico-artistica che Fejtö elabora in chiusura del libro scivola probabilmente su un piano utopistico, mentre davanti a noi abbiamo macerie che pongono domande.</p>
<p><em>Pubblicato sul numero 17/2008 del settimanale <a href="http://www.settesere.it" target="_blank">Sette sere</a>.</em></p>
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		<title>Evasioni e rivolte</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2007 17:32:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Agenzia X]]></category>
		<category><![CDATA[contractors]]></category>
		<category><![CDATA[cpt]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Quadrelli]]></category>
		<category><![CDATA[evasioni e rivolte]]></category>
		<category><![CDATA[Lager italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm">Ormai non c&#8217;è più distinzione tra guerra interna e guerra esterna. Gli scenari sparsi sulla superficie del globo – periferie, fabbriche e cantieri, cpt nelle nostre città; i Balcani; il Medio Oriente; l&#8217;Africa – sono collegati da un doppio filo: il primo, rosso sangue, è la storia di disperazione di migranti e clandestini, degli schiavi dell&#8217;ordine mondiale della globalizzazione, necessari per tenere in piedi il nostro tenore di vita, che viene comunque eroso ogni giorno; il secondo filo è nero, e spinato, percorso da scariche elettriche, ed è il filo del potere o, meglio, dei poteri, da quelli dello Stato che sancisce la clandestinità di un essere umano a quelli delle polizie (corrotte o meno) che si accaniscono tra margini e frontiere, per arrivare a quello dei trafficanti di uomini e dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mercenario" target="_blank">contractors</a>, mercenari di sicurezze private ad allargare l&#8217;anello della guerra permanente in ogni settore.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Questo è ciò che ci racconta <em><a href="http://www.agenziax.it/?pid=13&amp;sid=30" target="_blank">evasioni e rivolte</a></em>, di Emilio Quadrelli, di cui già più volte ho accennato qui sul blog. E ce lo racconta con ferocia, perché non fa sconti sulla verità.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Se grazie a testi come <a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/sclibro.php?idlb=2999" target="_blank">Lager Italiani</a> di <a href="http://alderano.splinder.com/" target="_blank">Marco Rovelli</a> o <a href="http://www.booksblog.it/post/1947/mamadou-va-a-morire" target="_blank">Mamadou va a morire</a> di Gabriele Del Grande abbiamo potuto sentire i racconti dei migranti, dall&#8217;inizio dei loro viaggi colmi di speranza verso un futuro migliore alle esistenze all&#8217;interno dei cpt, nel testo di Quadrelli ci viene raccontato il dopo: dopo la rivolta all&#8217;interno dei centri, dopo la fuga, in esistenze ancora più estreme, assolutamente individuali e proprio per questo paradigma di modelli globali di cui stiamo vivendo solo la fase aurorale, come ci dice lo stesso Quadrelli nell&#8217;introduzione.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Cinque storie compongono il libro.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">La prima è quella di un nomade, consegnato dal consiglio del suo campo alle autorità per evitare uno sgombero, che una volta evaso dal cpt si unisce a un&#8217;organizzazione criminale attiva nei Balcani che assalta banche e portavalori, vicina a territori e situazioni di guerra, in cui la criminalità è contigua all&#8217;azione militare vera e propria, quasi sempre mercenaria, e a traffici d&#8217;armi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">La seconda è quella di un sudamericano che vive nel Nord Italia che aiuta il fratello finito in un cpt a evadere, raccontandoci della gestione del potere all&#8217;interno delle comunità nazionali e del rapporto ambiguo di queste con l&#8217;autorità; non solo, ci dice anche molto chiaramente della difficoltà di dialogo tra chi l&#8217;esperienza del cpt la vive e chi – italiano – la studia e la segue: quando la questione viene messa giù nell&#8217;unico termine possibile per i migranti, cioè l&#8217;evasione, gli italiani si tirano indietro, mascherandosi dietro il falso problema della legalità, che “solo chi ha i soldi può fare un discorso del genere”, dice il protagonista: è illegale cercare di sopravvivere?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Il terzo testimone è un africano che in patria milita in un gruppo politico armato che si oppone al regime filoccidentale, scappa in Francia ma non ottiene lo status di rifugiato e arriva in Italia, come clandestino a lavorare sotto ricatto: la ribellione dei lavoratori come lui finisce nel cpt, mettendo il luce gli intrecci tra mercato, politica e gestione della sicurezza. Un&#8217;altra evasione e di nuovo una vita nell&#8217;illegalità criminale delle grandi città, e ci fa rendere conto che l&#8217;attraversamento del confine tra legale e illegale è molto più diffuso di quanto si pensi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">La quarta vita che si racconta è quella di un ragazzo arabo con il miraggio dell&#8217;occidente che arriva in Italia solo per essere sfruttato e tenuto sotto ricatto da suoi connazionali, per lavorare tessuti per grandi firme della moda italiana con una paga da fame. Retata, cpt, evasione. Il copione è sempre simile, ma all&#8217;interno del centro il ragazzo conosce un <em>fedayin</em>, che lo riavvicina all&#8217;Islam e alla necessità della <em>piccola jihad</em>, ricostruendo un senso di comunità e un contesto in cui agire.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">L&#8217;ultima storia è quella di una ragazza albanese, strappata con la violenza alla propria casa per finire a lavorare nelle fabbriche occidentali in Albania e poi, con l&#8217;arrivo degli eserciti, chiusa in un bordello. Evade grazie a un&#8217;azione da commando e in commando rimane: è l&#8217;unico modo per garantirsi un&#8217;esistenza che non sia fatta di stupri, violenze e privazione di diritti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Storie che per la nostra tranquillità di vita forse non riusciamo nemmeno a capire davvero, che sentiamo talmente lontane da credere che non ci riguardino.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">E invece arriva l&#8217;ultimo capitolo a tirare tutti i fili, perché forse che le storie partano o passino dal nostro Paese e dai cpt non è un legame sufficiente. Ci sono allora le testimonianze di militari italiani in missione in Medio Oriente (Iraq e Afghanistan) e di contractors che hanno lavorato sia in aree di guerra che in Italia, come vigilanza dei lavoratori nei cantieri, per esempio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Definire certi passaggi agghiaccianti non rende l&#8217;idea. L&#8217;altro &#8211; che sia migrante, iracheno, afghano poco importa – è sempre nemico e l&#8217;attività degli eserciti pubblici e privati è quella di garantire la sicurezza del nostro mondo dall&#8217;assalto di queste persone. Questo è ciò che ci dicono le testimonianze e le attività di contractors ed eserciti, stando alle informazioni che circolano e alle prassi che si stanno diffondendo, saranno sempre più importanti non solo in zone di guerra ma direttamente nelle nostre città. E queste persone continuano a considerarsi difensori della nostra civiltà, nutrendo un disprezzo senza pari per gli altri, considerati barbari quando va bene e bestie nella maggior parte dei casi.</p>
<blockquote><p>&#8230;Sembra lecito sostenere che, sulle popolazioni migranti, siano in atto modelli di gestione e controllo estendibili più o meno velocemente anche ai nativi. Ciò che le interviste ai vari operatori sicuritari hanno evidenziato non sono altro che anticipazioni di un modello di <em>governo dei viventi</em><span style="font-style: normal"> la cui posta in palio rimane il lavoro dei corpi (&#8230;) ed è qui che, con ogni probabilità, molti nodi vengono al pettine e l&#8217;anomalia a cui attualmente è soggetto il migrante tende piuttosto a farsi modello normativo dei nostri mondi.</span></p></blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm"><span style="font-style: normal">E se è “dalla guerra che bisogna partire per spiegare il conflitto che attraversa anche le nostre metropoli”, lo scenario che abbiamo davanti agli occhi si fa ogni giorno più inquietante e cupo.</span></p>
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