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	<title>Festina lente &#187; MicroMega</title>
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		<title>Bologna 2011, uno sguardo dal Pilastro</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 16:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le recenti elezioni bolognesi hanno riportato la città al centro delle riflessioni di chi la vive, non solo per la presenza di un candidato leghista a sindaco, prova di forza della Lega nella coalizione, certo, ma anche sintomo della storia che dalla mitizzata Bologna di un tempo ha fatto risvegliare qualcuno nella (brutta?) città di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le recenti elezioni bolognesi hanno riportato la città al centro delle riflessioni di chi la vive, non solo per la presenza di un candidato leghista a sindaco, prova di forza della Lega nella coalizione, certo, ma anche sintomo della storia che dalla mitizzata Bologna di un tempo ha fatto risvegliare qualcuno nella (brutta?) città di oggi.</p>
<p>Un lungo e partecipato confronto è nato dai Wu Ming, che hanno lanciato un invito ad &#8220;<a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4024" target="_blank">abbandonare le illusioni su Bologna</a>&#8220;, per &#8220;immaginare un tempo nuovo&#8221;:</p>
<blockquote><p>Per troppo tempo la storia di Bologna è servita come tappabuchi, velo per nascondere ogni nefandezza, nella convinzione che <em>qui siamo diversi</em>.<br />
Ci sono monumenti che si erigono e si venerano <em>contro</em> il passato, fingendo di celebrarlo.<br />
Un passato fatto anche di battaglie per la liberazione delle classi  subalterne, di grandi imprese collettive che in un giorno come questo,  di sciopero generale, dovrebbero ricordarci che la lotta paga.<br />
Si riparte da qui, non per ripetere, ma per ritentare in forme nuove.<br />
E si riparte dal basso.</p></blockquote>
<p><span id="more-1088"></span>Vale la pena prendersi un po&#8217; di tempo per leggere anche i più di 200 commenti all&#8217;intervento, anche per farsi un&#8217;idea degli umori che attraversano la città. Città che io da qualche tempo vivo dalla periferia, Pilastro precisamente. E proprio il quartiere del Pilastro, che è noto ai non bolognesi soprattutto per l&#8217;<a href="http://antonella.beccaria.org/2011/01/04/4-gennaio-1991-uno-bianca-a-ventanni-dalleccidio-del-pilastro/" target="_blank">eccidio dei Carabinieri per mano della banda della Uno bianca</a>, è stato oggetto di un interessante <a href="http://www.doppiozero.com/dossier/disunita-italiana/bologna-pilastro-paesi-e-citta" target="_blank">intervento a firma di Pietro Babina su Doppiozero</a>, all&#8217;interno del dossier <a href="http://www.doppiozero.com/dossier/disunita-italiana" target="_blank"><em>Unità e disunità d&#8217;Italia</em></a>.</p>
<p>Il Pilastro ha una storia lunga, fatta anche di migrazioni e criminalità. I<a href="https://www.facebook.com/notes/mery-de-franceschi/pilastro/10150187400974632" target="_blank">l Pilastro, una volta, faceva paura</a>. Ora è un quartiere di periferia che tutti continuano a percepire come irrimediabilmente staccato dal resto della città. Anche per accorciare questa distanza, sabato sarà attraversato dalla <em><a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=111905782231174" target="_blank">Pilastrada</a></em>, una parata di carri, musica e arte di strada frutto di laboratori che si sono svolti all&#8217;interno del quartiere e a Borgo Panigale.</p>
<p>Intanto, a proposito delle idee e delle forze che attraversano Bologna, da una decina di giorni va avanti il presidio dei cosiddetti &#8220;indignados&#8221; a piazza Nettuno, tra l&#8217;appoggio alle lotte già presenti sul territorio e il tentativo di costruire nuovi percorsi di confronto e partecipazione. Ho raccontato (parte di) quello che accade al presidio in un <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/indignados-in-piazza-anche-a-bologna/" target="_blank">articolo su MicroMega</a>.</p>
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		<title>Armi italiane nel mondo: Antonio Mazzeo ne parla su Micromega</title>
		<link>http://festinalente.ztl.eu/2011/04/06/armi-italiane-nel-mondo-antonio-mazzeo-ne-parla-su-micromega/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 14:53:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Mazzeo]]></category>
		<category><![CDATA[armamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Finmeccanica]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Vignarca]]></category>
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		<category><![CDATA[Report]]></category>

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		<description><![CDATA[In un articolo pubblicato qualche giorno fa su Micromega, il giornalista Antonio Mazzeo fa il punto sul mercato dell&#8217;industria italiana degli armamenti. Un settore che non ha conosciuto crisi, perché tra il 2008 e il 2009 &#8220;l&#8217;export di armamenti è cresciuto del 74%&#8221;. Mazzeo indica anche la lista dei principali Paesi destinatari della produzione bellica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un articolo pubblicato qualche giorno fa su <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online" target="_blank">Micromega</a>, il giornalista <a href="http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/" target="_blank">Antonio Mazzeo</a> fa il punto sul <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-mercato-criminale-dellindustria-italiana-delle-armi/" target="_blank">mercato dell&#8217;industria italiana degli armamenti</a>. Un settore che non ha conosciuto crisi, perché tra il 2008 e il 2009 &#8220;l&#8217;export di armamenti è cresciuto del 74%&#8221;.</p>
<p>Mazzeo indica anche la lista dei principali Paesi destinatari della produzione bellica made in Italy, il cui marchio è presente su ogni tipo di strumento di guerra, compresi quelli per la tortura (del resto il <a href="http://www.amnesty.it/Italia_dice_no_a_introduzione_reato_tortura_nel_codice_penale" target="_blank">reato di tortura non è presente nel nostro codice penale</a>):</p>
<blockquote><p>al primo posto c’è la petromonarchia dell’Arabia Saudita (commesse per  1.100 milioni di euro), poi il Qatar (317), l’India (242), gli Emirati  Arabi Uniti (176), il Marocco (112), la Libia (59), la Nigeria (50), la  Colombia (44), l’Oman (37).</p></blockquote>
<p>Sì, tra i destinatari c&#8217;è anche la Libia, in cui attualmente si sta combattendo una guerra di cui probabilmente non sappiamo abbastanza. E gli accordi con la Libia riguardano anche il controllo e la repressione dei movimenti dei migranti.</p>
<p><span id="more-975"></span>Affari che spesso si muovono in zone grigie, anche nel tentativo di aggirare la legge 185 del 1990 che regola la vendita di armi (in particolare, con il divieto di vendita agli Stati belligeranti), ma che portano enormi guadagni nelle casse delle industrie coinvolte, come Finmeccanica, recentemente al centro di inchieste di cui si è anche occupata Milena Gabanelli a <a href="http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-f28ba340-abf7-4704-a4a1-650ce430a3c0.html" target="_blank">Report</a>.</p>
<p>Sempre a proposito di armi, segnalo l&#8217;<a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/niente-crisi-per-le-spese-militari-audio/" target="_blank">intervista che ho fatto a Francesco Vignarca</a> per Micromega sul libro <a href="http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=89" target="_blank"><em>Il caro armato</em></a>, che racconta quanto costano (e quanto sprecano) le Forze Armate italiane.</p>
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		<title>Quando di carcere si muore: intervista a Luca Cardinalini, autore di Impìccati</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 12:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[DeriveApprodi]]></category>
		<category><![CDATA[Impìccati. Storie di morte nelle prigioni italiane]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Cardinalini]]></category>
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		<description><![CDATA[Di carcere forse si parla spesso, ma nella maggior parte dei casi sono i numeri a essere al centro dell&#8217;attenzione, più che le storie dei singoli individui. Quando sono i nomi a trovare spazio nelle cronache, di solito è per episodi particolarmente drammatici, quando qualcuno muore e, quasi sempre grazie alla forza e al coraggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;">Di carcere forse si parla spesso, ma nella maggior parte dei casi sono i numeri a essere al centro dell&#8217;attenzione, più che le storie dei singoli individui. Quando sono i nomi a trovare spazio nelle cronache, di solito è per episodi particolarmente drammatici, quando qualcuno muore e, quasi sempre grazie alla forza e al coraggio dei familiari, la sua storia riesce a uscire dal silenzio. Altrimenti si trova forse una breve, in qualche pagina interna, poco più. Come avviene per i suicidi in carcere, già 26 dall&#8217;inizio di quest&#8217;anno.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">I numeri non dicono tutto, ma qualche dato, però, può aiutare a mettere a fuoco il problema. Al 30 aprile 2010, i detenuti delle carceri italiane erano 67.444 (Fonte: <a href="http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?facetNode_1=3_1_6&amp;previsiousPage=mg_1_14&amp;contentId=SST164275" target="_blank">Dipartimento dell&#8217;amministrazione penitenziaria</a>), ovvero il 56% in più rispetto alla capienza delle strutture carcerarie (Fonte: <a href="http://www.santegidio.org/index.php?pageID=3&amp;id=3413&amp;idLng=1062" target="_blank">Comunità di Sant&#8217;Egidio</a>). Questa condizione fa sì che quasi nessun carcere italiano rispetti i criteri minimi indicati dall&#8217;art. 3 della Convenzione dei diritti dell&#8217;uomo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Che la situazione sia critica è sotto gli occhi di tutti, che la soluzione non possa essere esclusivamente la repressione e la detenzione in condizioni di forte disagio, non è però altrettanto chiaro. Anche perché la pena detentiva dovrebbe preparare un percorso di reinserimento per chi la sconta. E, intanto, di carcere si muore. Lo raccontano dal 2000, con il dossier annuale Morire di carcere, quelli di <a href="http://www.ristretti.it" target="_blank">Ristretti Orizzonti</a>, rivista nata all&#8217;interno della Casa di Reclusione di Padova e dall&#8217;Istituto di Pena Femminile della Giudecca.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">E lo racconta Luca Cardinalini in <a href="http://deriveapprodi.org/estesa.php?id=397&amp;stato=novita" target="_blank"><em>Impìccati. Storie di morte nelle prigioni italiane</em></a> (DeriveApprodi, 2010), libro che raccoglie le storie di otto persone, entrate vive in carcere ed uscite senza vita: Aldo Bianzino, Diana Blefari, Luigi Acquaviva, Sami Mbarka Ben Gargi, Stefano Frapporti, Camillo Valentini, Niki Aprile Gatti, Stefano Cucchi. Su queste storie e sulla situazione carceraria, l&#8217;autore ha risposto ad alcune domande.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span id="more-518"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em><strong>Le vite di cui nel tuo libro racconti la fine sono molto diverse: età, estrazione sociale, provenienza. Non sono un campione, hanno nomi e cognomi, ma sono paradigmatiche di un modo di intendere e gestire la pena detentiva, fatto troppo spesso di mancanza di umanità e pieno di errori e disattenzioni. E&#8217; così &#8220;facile&#8221; morire di carcere?</strong></em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">In carcere si muore come fuori e per gli stessi motivi: suicidio, omicidio, overdose, malattia. Quello che non dovrebbe mai succedere è morire di carcere, per mano di chi ti ha in custodia o per negligenza di chi ti ha in cura. Le cifre non aiutano. Sapere che ogni anno circa 100 persone muoiono nelle carceri italiane, non rende l’idea. Intanto perché il numero è per difetto, molti vengono trasportati moribondi al pronto soccorso di un ospedale, lì muoiono e il numero resta in carico alla sanità pubblica e non all’istituzione penitenziaria. Certo la maggioranza sono suicidi, ma anche qui una riflessione va fatta. L’istinto a togliersi la vita è inversamente proporzionale alla speranza di libertà. A decidere per il gesto estremo – che nel triste linguaggio burocratico viene definito come “gesto anticonservativo” – non sono quasi mai gli ergastolani o detenuti con una lunga condanna da scontare, ma coloro che per età e posizione giudiziaria, potrebbero ragionevolmente sperare in una scarcerazione in tempi rapidi. Il numero dei suicidi tra i detenuti in attesa di giudizio è doppio rispetto a quello dei definitivi, il 60% si toglie la vita entro il primo anno di galera, il 20% entro la prima settimana. Quindi, spesso, non è nemmeno il carcere il sé a spingere verso la tragedia, ma il solo pensiero, l’impatto con una realtà sconosciuta e degradante. Oltre alla paura e alla vergogna, al rimorso per la libertà perduta e alle difficoltà di ritrovarsi a vivere in condizioni di precarietà e promiscuità mai sperimentate prima, c’è chi non riesce a mettere in atto delle vere e proprio strategie di sopravvivenza in una realtà che rimane oscura, con le sue regole, i suoi codici di comportamento, le sue gerarchie da rispettare.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em><strong>Leggendo il libro, a tratti, viene da pensare che la violenza (verso se stessi e verso gli altri) sia quasi l&#8217;unico linguaggio all&#8217;interno delle carceri. Quanto è così e quanto (e come) è possibile spezzare questa logica?</strong></em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">La violenza non è l’unico linguaggio del carcere, ma è un linguaggio presente, direi quasi universale e comprensibile da tutti, stranieri compresi visto che sono ormai una percentuale significativa della popolazione carceraria. Oltre a quella fisica fatta di botte, che ci sono, ne esistono altre fatte di prevaricazione, soggezione, umiliazione che restano completamente nell’ombra. Restiamo alla violenza fisica: perfino al peggior criminale di guerra è garantito un processo e l’incolumità fisica, mi chiedo come sia possibile che in Italia, nel 2010, ci siano persone che vengano picchiati in una caserma o muoiano in carcere senza che parenti e avvocati sappiano nulla, senza che un direttore o un ministro si dimetta un minuto dopo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong><em>Come nasce </em>Impìccati<em>, quale intenzione c&#8217;è alla base del libro?</em></strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Lo scopo del libro non era quello di fare delle controinchieste su queste morti né di puntare il dito contro nessuno. Piuttosto quello di raccontare nella maniera più dettagliata possibile una vicenda che al massimo – con qualche eccezione – era stata riassunta in una breve di cronaca. Quindi prendendo e raccontando gli sviluppi giudiziari, le perizie, le testimonianza, gli interrogatori, le inchieste e, quando ci sono state, le condanne e le relative motivazioni. Senza omettere nulla, senza indicare una strada al lettore che, alla fine, è libero di farsi un’idea. Per dire della consapevolezza di cosa sia il carcere, basta ricordare il caso di Luigi Acquaviva, ergastolano, braccio destro di Cutolo, morto impiccato nel carcere di Nuoro ma dopo essere stato picchiato in maniera feroce da alcune guardie penitenziarie, al punto – scrivono i giudici – “che non c’erano dieci centimetri quadrati del suo corpo privi di ecchimosi o escoriazioni”. Le condanne sono state confermate dalla Cassazione, che pure ha concesso le attenuanti agli agenti condannati con la seguente motivazione: “perché per anni hanno prestato servizio negli istituti penitenziari con tutte le difficoltà e i disagi collegati a tale status”. Un supplemento di clemenza per aver semplicemente svolto il proprio lavoro e per essere in qualche modo sopravvissuti al carcere. Affermazione forte, che sa di resa e che la dice lunga su cosa sia il carcere oggi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong><em>C&#8217;è una questione etica che sottolinei in più passaggi del libro: perché in carcere si può morire per non essere stati alimentati a forza, nonostante le gravissime condizioni, mentre all&#8217;esterno si scatenano battaglie per non lasciare questa scelta a persone in stato vegetativo?</em></strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Il tunisino, spacciatore e violentatore, Sami Ben Gargi, protestando per una condanna che riteneva ingiusta sceglie di iniziare uno sciopero della fame e per 50 giorni va avanti. Nessuno si preoccupa di farlo desistere né lo alimenta forzatamente quando la situazione diventa disperata, tanto che due giorni dopo muore. Ho fatto il parallelo con la situazione di Eluana Englaro, pur nell’assoluta diversità delle situazioni. E mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse, lo dico senza alcuna malizia, perché davanti a una ragazza in coma da anni ci si mobilita, si fanno fiaccolate e decreti legge in nome del diritto alla vita mentre davanti alla decisione annunciata e costantemente perseguita di un extracomunitario, detenuto, colpevole e povero, tutto questo non vale. Anzi, come hanno detto medici e dirigenti del carcere di Pavia, “non potevamo andare contro la volontà del detenuto”. C’è qualcosa che non torna. Ma vale anche per il caso Cucchi. Il libro è stato chiuso subito dopo la presentazione della relazione da parte della commissione Marino, che ha individuato la causa del decesso non nelle botte ricevute da “uomini dello Stato”, ma nella disidratazione. Ora: se questa notizia fosse vera e confermata, a me sembra perfino più grave di un’ipotetica morte per lesioni. Non sono un esperto di medicina, ma se capisco il minimo indispensabile mi stanno dicendo che forse una flebo gli avrebbe salvato una vita. Morire disidratato può avvenire nel deserto del Sahara, ma non dopo cinque giorni di ricovero in ospedale, dove prima che detenuto sei un paziente malato che ha bisogno e che ha diritto di ricevere cure.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Una situazione complessa, che pone questioni diverse in differenti ambiti. Qualche traccia per cercare di superare le emergenze e per tentare di costruire un sistema detentivo diverso viene citata nella postfazione (a cura di Laura Baccaro e Francesco Morelli, di <a href="http://www.ristretti.it" target="_blank">Ristretti Orizzonti</a>). Si tratta di “buone pratiche” individuate da detenuti e operatori penitenziari, che possono essere messe in atto, in particolare per prevenire i suicidi: dare attenzione alla persona, sostenendo i detenuti nella rielaborazione dei reati commessi e nella costruzione di una progettualità; aumentare le possibilità di lavoro e formazione, diminuendo anche le ore che le persone trascorrono in cella; fare più formazione al personale che opera all&#8217;interno delle carceri; migliorare la comunicazione interna (soprattutto su esami diagnostici, possibili trasferimenti) e favorire le relazioni e il mantenimento dei rapporti con la famiglia.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>Intervista <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/quando-di-carcere-si-muore/" target="_blank">pubblicata su MicroMega online</a>. Uscirà una mia recensione del libro sul numero di giugno de <a href="http://www.lavocedellevoci.it" target="_blank">La Voce delle Voci</a>.</em></p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Di carcere forse si parla spesso, ma nella maggior parte dei casi sono i numeri a essere al centro dell&#8217;attenzione, più che le storie dei singoli individui. Quando sono i nomi a trovare spazio nelle cronache, di solito è per episodi particolarmente drammatici, quando qualcuno muore e, quasi sempre grazie alla forza e al coraggio dei familiari, la sua storia riesce a uscire dal silenzio. Altrimenti si trova forse una breve, in qualche pagina interna, poco più. Come avviene per i suicidi in carcere, già 26 dall&#8217;inizio di quest&#8217;anno. I numeri non dicono tutto, ma qualche dato, però, può aiutare a mettere a fuoco il problema. Al 30 aprile 2010, i detenuti delle carceri italiane erano 67.444 (Fonte: Dipartimento dell&#8217;amministrazione penitenziaria – <a class="linkification-ext" style="color: #993399;" title="Linkification: http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?facetNode_1=3_1_6&amp;previsiousPage=mg_1_14&amp;contentId=SST164275" href="http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?facetNode_1=3_1_6&amp;previsiousPage=mg_1_14&amp;contentId=SST164275">http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.wp?facetNode_1=3_1_6&amp;previsiousPage=mg_1_14&amp;contentId=SST164275</a>), ovvero il 56% in più rispetto alla capienza delle strutture carcerarie (Fonte: Comunità di Sant&#8217;Egidio – <a class="linkification-ext" style="color: #993399;" title="Linkification: http://www.santegidio.org/index.php?pageID=3&amp;id=3413&amp;idLng=1062" href="http://www.santegidio.org/index.php?pageID=3&amp;id=3413&amp;idLng=1062">http://www.santegidio.org/index.php?pageID=3&amp;id=3413&amp;idLng=1062</a>). Questa situazione fa sì che quasi nessun carcere italiano rispetti i criteri minimi indicati dall&#8217;art. 3 della Convenzione dei diritti dell&#8217;uomo. Che la situazione sia critica è sotto gli occhi di tutti, che la soluzione non possa essere esclusivamente la repressione e la detenzione in condizioni di forte disagio, non è però altrettanto chiaro. Anche perché la pena detentiva dovrebbe preparare un percorso di reinserimento per chi la sconta. E, intanto, di carcere si muore. Lo raccontano dal 2000, con il dossier annuale </span></span><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Morire di carcere</em></span></span><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-style: normal;">, quelli</span></span></span><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> di Ristretti Orizzonti (<a class="linkification-ext" style="color: #993399;" title="Linkification: http://www.ristretti.it" href="http://www.ristretti.it">http://www.ristretti.it</a>), rivista nata all&#8217;interno della Casa di Reclusione di Padova e dall&#8217;Istituto di Pena Femminile della Giudecca. E lo racconta Luca Cardinalini in </span></span><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em>Impìccati. Storie di morte nelle prigioni italiane</em></span></span><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> (DeriveApprodi, 2010), libro che raccoglie le storie di otto persone, entrate vive in carcere ed uscite senza vita. Su queste storie e sulla situazione carceraria, l&#8217;autore ha risposto ad alcune domande.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong>Le vite di cui nel tuo libro racconti la fine sono molto diverse: età, estrazione sociale, provenienza. Non sono un campione, hanno nomi e cognomi, ma sono paradigmatiche di un modo di intendere e gestire la pena detentiva, fatto troppo spesso di mancanza di umanità e pieno di errori e disattenzioni. E&#8217; così &#8220;facile&#8221; morire di carcere?</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;">In carcere si muore come fuori e per gli stessi motivi: suicidio, omicidio, overdose, malattia. Quello che non dovrebbe mai succedere è morire di carcere, per mano di chi ti ha in custodia o per negligenza di chi ti ha in cura. Le cifre non aiutano. Sapere che ogni anno circa 100 persone muoiono nelle carceri italiane, non rende l’idea. Intanto perché il numero è per difetto, molti vengono trasportati moribondi al pronto soccorso di un ospedale, lì muoiono e il numero resta in carico alla sanità pubblica e non all’istituzione penitenziaria. Certo la maggioranza sono suicidi, ma anche qui una riflessione va fatta. L’istinto a togliersi la vita è inversamente proporzionale alla speranza di libertà. A decidere per il gesto estremo – che nel triste linguaggio burocratico viene definito come “gesto anticonservativo” – non sono quasi mai gli ergastolani o detenuti con una lunga condanna da scontare, ma coloro che per età e posizione giudiziaria, potrebbero ragionevolmente sperare in una scarcerazione in tempi rapidi. Il numero dei suicidi tra i detenuti in attesa di giudizio è doppio rispetto a quello dei definitivi, il 60% si toglie la vita entro il primo anno di galera, il 20% entro la prima settimana. Quindi, spesso, non è nemmeno il carcere il sé a spingere verso la tragedia, ma il solo pensiero, l’impatto con una realtà sconosciuta e degradante. Oltre alla paura e alla vergogna, al rimorso per la libertà perduta e alle difficoltà di ritrovarsi a vivere in condizioni di precarietà e promiscuità mai sperimentate prima, c’è chi non riesce a mettere in atto delle vere e proprio strategie di sopravvivenza in una realtà che rimane oscura, con le sue regole, i suoi codici di comportamento, le sue gerarchie da rispettare. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong>Leggendo il libro, a tratti, viene da pensare che la violenza (verso se stessi e verso gli altri) sia quasi l&#8217;unico linguaggio all&#8217;interno delle carceri. Quanto è così e quanto (e come) è possibile spezzare questa logica?</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La violenza non è l’unico linguaggio del carcere, ma è un linguaggio presente, direi quasi universale e comprensibile da tutti, stranieri compresi visto che sono ormai una percentuale significativa della popolazione carceraria. Oltre a quella fisica fatta di botte, che ci sono, ne esistono altre fatte di prevaricazione, soggezione, umiliazione che restano completamente nell’ombra. Restiamo alla violenza fisica: perfino al peggior criminale di guerra è garantito un processo e l’incolumità fisica, mi chiedo come sia possibile che in Italia, nel 2010, ci siano persone che vengano picchiati in una caserma o muoiano in carcere senza che parenti e avvocati sappiano nulla, senza che un direttore o un ministro si dimetta un minuto dopo.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong>Come nasce </strong></em></span></span><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-style: normal;"><strong>Impìccati</strong></span></span></span><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong>, quale intenzione c&#8217;è alla base del libro?</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Lo scopo del libro non era quello di fare delle controinchieste su queste morti né di puntare il dito contro nessuno. Piuttosto quello di raccontare nella maniera più dettagliata possibile una vicenda che al massimo – con qualche eccezione – era stata riassunta in una breve di cronaca. Quindi prendendo e raccontando gli sviluppi giudiziari, le perizie, le testimonianza, gli interrogatori, le inchieste e, quando ci sono state, le condanne e le relative motivazioni. Senza omettere nulla, senza indicare una strada al lettore che, alla fine, è libero di farsi un’idea. Per dire della consapevolezza di cosa sia il carcere, basta ricordare il caso di Luigi Acquaviva, ergastolano, braccio destro di Cutolo, morto impiccato nel carcere di Nuoro ma dopo essere stato picchiato in maniera feroce da alcune guardie penitenziarie, al punto – scrivono i giudici – “che non c’erano dieci centimetri quadrati del suo corpo privi di ecchimosi o escoriazioni”. Le condanne sono state confermate dalla Cassazione, che pure ha concesso le attenuanti agli agenti condannati con la seguente motivazione: “perché per anni hanno prestato servizio negli istituti penitenziari con tutte le difficoltà e i disagi collegati a tale status”. Un supplemento di clemenza per aver semplicemente svolto il proprio lavoro e per essere in qualche modo sopravvissuti al carcere. Affermazione forte, che sa di resa e che la dice lunga su cosa sia il carcere oggi.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong>C&#8217;è una questione etica che sottolinei in più passaggi del libro: perché in carcere si può morire per non essere stati alimentati a forza, nonostante le gravissime condizioni, mentre all&#8217;esterno si scatenano battaglie per non lasciare questa scelta a persone in stato vegetativo?</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 0.35cm;"><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il tunisino, spacciatore e violentatore, Sami Ben Gargi, protestando per una condanna che riteneva ingiusta sceglie di iniziare uno sciopero della fame e per 50 giorni va avanti. Nessuno si preoccupa di farlo desistere né lo alimenta forzatamente quando la situazione diventa disperata, tanto che due giorni dopo muore. Ho fatto il parallelo con la situazione di Eluana Englaro, pur nell’assoluta diversità delle situazioni. E mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse, lo dico senza alcuna malizia, perché davanti a una ragazza in coma da anni ci si mobilita, si fanno fiaccolate e decreti legge in nome del diritto alla vita mentre davanti alla decisione annunciata e costantemente perseguita di un extracomunitario, detenuto, colpevole e povero, tutto questo non vale. Anzi, come hanno detto medici e dirigenti del carcere di Pavia, “non potevamo andare contro la volontà del detenuto”. C’è qualcosa che non torna. Ma vale anche per il caso Cucchi. Il libro è stato chiuso subito dopo la presentazione della relazione da parte della commissione Marino, che ha individuato la causa del decesso non nelle botte ricevute da “uomini dello Stato”, ma nella disidratazione. Ora: se questa notizia fosse vera e confermata, a me sembra perfino più grave di un’ipotetica morte per lesioni. Non sono un esperto di medicina, ma se capisco il minimo indispensabile mi stanno dicendo che forse una flebo gli avrebbe salvato una vita. Morire disidratato può avvenire nel deserto del Sahara, ma non dopo cinque giorni di ricovero in ospedale, dove prima che detenuto sei un paziente malato che ha bisogno e che ha diritto di ricevere cure. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Trebuchet MS,sans-serif;">Una situazione complessa, che pone questioni diverse in differenti ambiti. Qualche traccia per cercare di superare le emergenze e per tentare di costruire un sistema detentivo diverso viene citata nella postfazione (a cura di Laura Baccaro e Francesco Morelli, di Ristretti Orizzonti). Si tratta di “buone pratiche” individuate da detenuti e operatori penitenziari, che possono essere messe in atto, in particolare per prevenire i suicidi: dare attenzione alla persona, sostenendo i detenuti nella rielaborazione dei reati commessi e nella costruzione di una progettualità; aumentare le possibilità di lavoro e formazione, diminuendo anche le ore che le persone trascorrono in cella; fare più formazione al personale che opera all&#8217;interno delle carceri; migliorare la comunicazione interna (soprattutto su esami diagnostici, possibili trasferimenti) e favorire le relazioni e il mantenimento dei rapporti con la famiglia. </span></p>
</div>
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		<title>Don&#8217;t clean up the blood (Genova 2001)</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 13:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre l&#8217;ex capo della Polizia De Gennaro (e con lui Spartaco Mortola) annunciava la richiesta del rito abbreviato per il processo che lo vede imputato per fatti relativi al G8 di Genova (induzione alla falsa testimonianza), usciva un libro che ricostruisce quando accaduto nell&#8217;assalto alla Scuola Diaz, nella notte tra il 21 e il 22 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-230" style="margin-right: 3px" title="Genova-diaz" src="http://festinalente.ztl.eu/wp-content/uploads/2009/05/genova-diaz.png" alt="genova diaz Dont clean up the blood (Genova 2001)" width="350" height="239" />Mentre l&#8217;ex capo della Polizia De Gennaro (e con lui Spartaco Mortola) annunciava la <a href="http://genova.repubblica.it/dettaglio/G8-De-Gennaro-e-Mortola-a-processo-il-30-giugno/1632084?ref=rephp" target="_blank">richiesta del rito abbreviato</a> per il processo che lo vede imputato per fatti relativi al G8 di Genova (induzione alla falsa testimonianza), usciva un libro che ricostruisce quando accaduto nell&#8217;assalto alla Scuola Diaz, nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001.</p>
<p>Si intitola <em>Scuola Diaz: vergogna di Stato</em> ed esce per le <a href="http://www.edizionialegre.it" target="_blank">Edizioni Alegre</a>, a cura di Checchino Antonini, Francesco Barilli e Dario Rossi, con prefazione di Massimo Carlotto. Il libro segue l&#8217;analisi compiuta dai Pm Francesco Cardona Albini e Enrico Zucca nella requisitoria dell’atto di accusa nel processo ai 29 funzionari di polizia, <a href="http://festinalente.ztl.eu/2008/11/17/genova-diaz-sette-anni-dopo/" target="_blank">la cui sentenza non rende giustizia</a> e non dà conto della gravità di quanto accaduto quella notte.</p>
<p>In tanti non ci stanchiamo di ripetere che Genova è stato un violento spartiacque che ha dato il via a un percorso di involuzione della democrazia, di limitazione dei diritti e degli spazi di libertà, aggravato dall&#8217;impunità che uno Stato che non si vuole far processare continua a garantire ai suoi uomini, qualsiasi atto essi compiano.</p>
<p>Su MicroMega la mia <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/diaz-la-notte-nera-della-democrazia/" target="_blank">intervista (audio) a Checchino Antonini</a> e un <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/diaz-%E2%80%9Cvergogna%E2%80%9D-lo-stato-non-giudica-se-stesso/" target="_blank">corposo estratto dal libro</a>.</p>
<p>Qui sotto, per mantenere vive la memoria e la richiesta di giustizia, l&#8217;audio della diretta di Radio Gap interrotta dall&#8217;arrivo della polizia.</p>
<p><em>L&#8217;immagine è tratta dal documentario </em><a href="http://lubenproduction.com/wp/?page_id=222" target="_blank">Fare un golpe e farla franca</a><em>.</em></p>
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		<title>Migranti, i nuovi fuori casta</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 12:18:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su MicroMega una mia intervista ad Alessandro Dal Lago sul Ddl sicurezza e le nuove norme nei confronti dei migranti, sul clima del nostro Paese, &#8220;avanguardia dell&#8217;aggressione all&#8217;umanità&#8220;, sulla politica del governo Berlusconi e sul centro-sinistra che, dal momento, in cui fa suo il discorso della sicurezza, &#8220;legittima il razzismo contemporaneo&#8221;. Per approfondire i contenuti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su MicroMega una mia <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-stranieri-i-nuovi-fuori-casta/" target="_blank">intervista ad Alessandro Dal Lago</a> sul Ddl sicurezza e le nuove norme nei confronti dei migranti, sul clima del nostro Paese, &#8220;<a href="http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/05/articolo/748/" target="_blank">avanguardia dell&#8217;aggressione all&#8217;umanità</a>&#8220;, sulla politica del governo Berlusconi e sul centro-sinistra che, dal momento, in cui fa suo il discorso della sicurezza, &#8220;legittima il razzismo contemporaneo&#8221;.</p>
<p>Per approfondire i contenuti della parte di Ddl che riguarda i migranti: le analisi dell&#8217;<a href="http://www.asgi.it/home_asgi.php?n=307&amp;l=it" target="_blank">Associazione per gli studi giuridici sull&#8217;immigrazione</a> e di <a href="http://www.meltingpot.org/articolo14504.html" target="_blank">Melting Pot Europa</a>.</p>
<p>Sempre in tema di immigrazione: <a href="http://www.carta.org/campagne/migranti/17437" target="_blank">oggi è stato presentato</a> il nuovo numero della rivista Africa e Mediterraneo, dedicato a <a href="http://www.africaemediterraneo.it/rivista/sommari_08.shtm#Medicinaemigrazione" target="_blank">Medicina e migrazione</a>.</p>
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		<title>Dossier Immigrazione Caritas: dietro ai numeri, gli uomini</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 13:24:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su MicroMega online è uscito un mio articolo sul Dossier Immigrazione 2008 di Caritas/Migrantes, che fotografa la situazione italiana in materia di immigrazione, con una mole significativa di dati e alcune interessanti interpretazioni. Alla pagina dell&#8217;articolo, anche i link ai pdf e all&#8217;audio degli interventi della conferenza stampa. Di materiale ce n&#8217;è molto ed è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su MicroMega online è uscito <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/dietro-ai-numeri-gli-uomini/" target="_blank">un mio articolo sul Dossier Immigrazione 2008 di Caritas/Migrantes</a>, che fotografa la situazione italiana in materia di immigrazione, con una mole significativa di dati e alcune interessanti interpretazioni. Alla pagina dell&#8217;articolo, anche i link ai pdf e all&#8217;audio degli interventi della conferenza stampa.</p>
<p>Di materiale ce n&#8217;è molto ed è un argomento la cui complessità non si può ridurre a posizioni sempliciste e superficiali. Costa fatica e, spesso, si sconta anche il fatto che la realtà non corrisponda all&#8217;immagine che ci piacerebbe avere: ho appena terminato la lettura di <em>Immigrazione e sicurezza in Italia</em>, di Marzio Barbagli, uscito per <a href="http://www.mulino.it/" target="_blank">il Mulino</a>, e alcuni dati sulla criminalità allontanano ulteriormente ogni visione schematica e semplificata della questione. Spero di riuscire a tornare presto sull&#8217;argomento per approfondire (lavoro permettendo).</p>
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		<title>Parma, il razzismo e la paura</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Oct 2008 08:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un&#8217;ultima settimana fatta di appuntamenti lavorativi tra Emilia e Romagna, nonché di una pesante crisi respiratoria, sono riuscito a realizzare un articolo sulla situazione di Parma, pubblicato martedì mattina da MicroMega Online: Anche se non è giusto definire razzista una città per uno o alcuni episodi le cui responsabilità, una volta accertate, saranno da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un&#8217;ultima settimana fatta di appuntamenti lavorativi tra Emilia e Romagna, nonché di una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Asma" target="_blank">pesante crisi respiratoria</a>, sono riuscito a realizzare un <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/parma-l%E2%80%99epoca-della-paura/" target="_blank">articolo sulla situazione di Parma, pubblicato martedì mattina da MicroMega Online</a>:</p>
<blockquote><p>Anche se non è giusto definire razzista una città per uno o alcuni episodi le cui responsabilità, una volta accertate, saranno da imputare solamente a chi li ha commessi, certo è che il clima che si vive nella città emiliana non è né sereno né positivo. “La maggior parte della cittadinanza, come io ho detto pubblicamente anche nelle omelie, è attraversata da paura e da razzismo &#8211; dice Don Luciano Scaccaglia &#8211; Ma anche nel mondo cattolico non ho visto molta solidarietà: quando sono andato a due manifestazioni, della Cgil e di altri movimenti non ho visto né preti né praticanti. Questo è già un segno molto negativo. Si tende a difendere Parma come città pulita, come città dell&#8217;arte &#8211; continua don Luciano &#8211; però si dimentica che Parma è una città sempre meno solidale, sempre più chiusa nelle sue ricchezze e meno aperta agli stranieri.”</p></blockquote>
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